Il primo giornale stampato: Curiosità

Giornale: una storia in breve

Al giorno d’oggi i giornali sono un mezzo di comunicazione ovvio e disponibile a tutti in molteplici versioni. I giornali vengono stampati in serie e pubblicati a livello locale, regionale, nazionale o mondiale. Esistono giornali di sport, politica, attualità, cultura generale e così via. Ma come è nato il primo giornale?

Va precisato che per giornale si intende una pubblicazione periodica di notizie, critiche e informazioni allo scopo di informare il pubblico. Il nome giornale deriva dalla parola “giorno”, a causa della sua frequenza di pubblicazione iniziale, ormai non così determinante: esistono, infatti, giornali a pubblicazione giornaliera, settimanale o mensile.

Ormai i giornali nella loro forma stampata sono apprezzati solo più dai veri appassionati o da chi ha la “cultura” o l’abitudine del giornale al mattino o alla sera ma, per la maggior parte, i giornali sono consultabili on-line.

Ma torniamo alla storia: il primo giornale stampato fece la sua comparsa a Strasburgo nel 1609, redatto in lingua tedesca, era una sorta di resoconto d’informazione (era infatti intitolato “Relation aller Fürnemmen und gedenckwürdigen Historien” – cioè “Resoconto di tutte le notizie importanti e memorabili”).

Era diverso dai fogli d’informazione noti fino ad allora proprio per la sua frequenza di stampa – una o due volte alla settimana.

In Italia il primo giornale è stato pubblicato nel 1936, a Firenze. Successivamente sono comparsi i primi settimanali anche a Roma, Genova e Bologna, per poi diffondersi nel resto del Paese.

 


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La psicologia del colore nel cinema

Il colore è la base della percezione del mondo che circonda sotto l’aspetto visivo: influisce sulle emozioni, sulle opinioni e sulle sensazioni che stanno dietro un’immagine. Il cromatismo è un vero e proprio linguaggio visivo: social media, pubblicità, stampa e televisione sfruttano questo linguaggio al massimo, per trasmettere allo spettatore un messaggio ben preciso (solitamente con l’intenzione di portarlo a compiere un’azione finale).

Nel cinema il colore definisce un genere o identifica un regista, una serie, e così via. Molti dei film che hanno fatto la storia, basano il loro successo proprio sul colore: Shindler’s List, Sin City, The Revenant, Inception, Moulin Rouge, It, ecc. Alcuni registi sono riconoscibili proprio grazie ai colori: Tim Burton, Guillermo Del Toro.

Australia

Regia: Baz Luhrmann
Genere: storico, drammatico, sentimentale

Trama: Ambientato nell’Australia settentrionale alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il film racconta le vicende di un’aristocratica inglese di nome Sarah (Nicole Kidman) che eredita un ranch. Quando i magnati del bestiame inglesi tentano di impadronirsi della sua terra costringendola a vendere il ranch, unisce le sue forze a quelle di un rude mandriano – Drover – (Hugh Jackman) per condurre 2000 capi di bestiame attraverso centinaia di chilometri di terra desolata. La guerra è ormai alle porte e complica ulteriormente la situazione: Sarah, Drover e il piccolo Nullah lotteranno con tutte le forze per la loro terra.

Colori: le scene dei questo film sono quali completamente realizzate con colori caldi e scuri, trasmettono un senso di “calore” nonostante il clima di guerra e aiutano a sottolineare l’ambiente e il periodo storico in cui si svolge la vicenda.

Avatar

RegiaJames Cameron
Genere: fantascienza

Trama: la storia è ambientata principalmente su Pandora, luna del gigante gassoso Polifemo, su cui una compagnia interstellare terrestre ha interessi economici su un cristallo ferroso presente in grandi quantità nella terra dei Na’vi. Gli esseri umani devono indossare delle maschere filtranti se vogliono atterrare su di essa. Proprio per questo motivo, gli studiosi hanno messo a punto degli avatar, vale a dire dei corpi genetici ibridi, a metà tra i Na’vi e gli umani. Jake Sully è uno degli ex-marine che si prestano a questo servizio (è rimasto invalido e intende utilizzare la ricompensa per pagare un’operazione che gli farà acquisire nuovamente l’utilizzo delle gambe). Mentre si trova in missione, però, entra in simbiosi con la popolazione Na’vi e scopre che in realtà la missione non è innocua come volevano fargli credere: aiuterà i Na’vi nella guerra per cacciare il genere umano da questo fantastico mondo. Jake sposerà una Na’vi e lascerà per sempre il suo corpo umano per rimanere nel suo Avatar.

Colori: Blu e azzurro in tutte le loro tonalità, verde, arancio e rosa, colori vivaci. Colori tipici del genere Sci-Fi e tecnologico, con l’aggiunta di colori molto vivaci a caratterizzare il mondo Na’vi, per trasmettere allo spettatore la spettacolarità di un ambiente incontaminato, mettendolo a confronto con la crudeltà che il genere umano è in grado di dimostrare.

A Nightmare on Elm Street

Regia: Samuel Bayer
Genere: Horror

Trama: Dean, uno studente, sta avendo strani incubi. Ne ha parlato con uno specialista che ritiene tutto nasca da quello che gli è successo da piccolo. La sua fidanzata Kris lo tranquillizza: in fondo sono solo incubi. Dean però crede che siano reali e, sotto gli occhi increduli di Nancy, sembra tagliarsi la gola da solo. Ma a tagliargliela è l’uomo nero dei suoi incubi, Freddy Krueger. Nancy, amica di Dean, crede di sapere di cosa si tratti, ma i suoi amici non vogliono sentirne parlare. C’è qualcosa di misterioso nel loro passato, qualcosa che non ricordano e che i loro genitori, interrogati, negano. Un altro del gruppo, Jesse, è testimone della truculenta morte di Kris durante un incubo ed è accusato dell’omicidio. Rinchiuso in cella, viene a sua volta macellato da Krueger mentre dorme. Nancy e il suo amico Quentin, gli ultimi rimasti, sanno che devono fare qualcosa se vogliono evitare di essere i prossimi della lista.

Colori: Il film in questione è il remake del 2010, molti sostengono che sia migliore l’originale. Sotto l’aspetto cromatico ha poca importanza, gli horror sono definiti sempre e comunque da due colori: rosso e nero. Il nero mette paura, angoscia, tristezza. Il rosso spaventa e richiama l’attenzione sui dettagli. I toni del grigio e del marrone sono solitamente aggiunti per creare un’atmosfera cupa.

The imitation game

Regia: Morten Tyldum
Genere: Drammatico, storico

Trama: La Seconda Guerra Mondiale sta affliggendo l’Europa e il brillante matematico Alan Turing, si mette a disposizione del governo della Gran Bretagna: dovrà creare una macchina – chiamata Enigma – in grado di decifrare i messaggi in codice inviati dai nazisti. Ad aiutarlo in questo arduo compito alcuni compagni di studio e il capo dell’MI6. Dopo svariati tentativi Alan riesce a decodificare i messaggi che venivano inviati sotto forma di bollettino meteo e ad evitare ulteriori attacchi nazisti. Successivamente Alan viene condannato perché omosessuale e costretto alla castrazione chimica. Sarà sempre più isolato a depresso, fino al suicidio all’età di 41 anni.

Colori: Si tratta fondamentalmente di un film storico e, come tutti i film di questo genere, si basa sui toni del grigio o del marrone. In particolare questo film è girato completamente con toni scuri, a sottolineare l’atmosfera cupa e malinconica del periodo di guerra.

Come è nata la grafica italiana

Questo è il mio primo articolo dedicato ai libri ed è anche il primo articolo di questa rubrica parlerà della storia della grafica italiana o, più precisamente, di come è nata.

L’idea è quella dei #LibriATema. Scriverò articoli che parlano di un solo testo o di una raccolta che comprende testi riguardanti lo stesso argomento. Ovviamente sceglierò testi che in qualche modo si possano ricondurre al mondo dell’immagine in una delle sue forme (per esempio: grafica, design, arte e poi moda, fumetto, fotografia). Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti o su Instagram.

La storia della grafica italiana è un susseguirsi di vicende e protagonisti che hanno influenzato la grafica nel mondo occidentale e non solo. Sicuramente la massima espressione degli artisti nel campo della grafica è avvenuta nel periodo del secondo dopoguerra, quando il “graphic design” è diventato un lavoro a tutti gli effetti anche in Italia.

Tuttavia, prima di questo momento, vale la pena di ricordare almeno tre passaggi importanti:

  • seconda metà dell’800/inizi del ‘900: è il periodo dei cartellonisti, con influenze dello stile Liberty e Déco, delle avanguardie artistiche e del Novecento.
  • il Futurismo e la “Rivoluzione Tipografica”, che inizialmente hanno incontrato una certa resistenza da parte dei tradizionalisti, ma hanno aperto le porte ad una vera e propria rivoluzione tipografica che sfocerà nel Secondo Futurismo, con Carboni, Grignani e Munari.
  • gli anni ’30: sono gli anni dell’astrattismo razionalista, influenzato dalle avanguardie europee.

Ed è proprio in questi anni che si creano le basi per lo sviluppo della grafica italiana: nasce a Milano negli anni ’30 la figura del progettista grafico. Il capoluogo lombardo era, infatti, un punto geografico strategico per assimilare le influenze europee e svilupparle nei primi uffici pubblicitari.

Nel 1933 in particolare, accadono a Milano una serie di eventi che determineranno il futuro della grafica italiana. Alla V Triennale viene presentata una raccolta di lavori dei maggiori esponenti della Nuova tipografia, curata da Paul Renner – progettista del Futura, uno dei font più influenti del modernismo (eh si, è il mio font preferito!). Edoardo persico presenta la rivista “Casabella” in una nuova veste editoriale e nello stesso anno esordisce “Campo Grafico”, una rivista redatta da un gruppo di tipografi d’avanguardia.

In questi anni inoltre viene introdotta la fotografia come elemento fondamentale della grafica, il carattere tipografico assume un ruolo determinante e viene utilizzato in modo plastico ed espressivo, il colore viene usato con moderazione ed, infine, la composizione è basata sull’equilibrio degli elementi.

Successivamente la grafica italiana si sviluppa maggiormente nel nord del Paese, tra Milano, Torino e Genova. Queste tre città erano le più sviluppate economicamente e culturalmente: nel secondo dopoguerra le aziende hanno cominciato a ricostruirsi e rimodernarsi, puntando molto sull’immagine e sull’impressione sul consumatore (basti pensare ai manifesti della Fiat 500, o della Olivetti).
Inoltre queste città ospitavano intellettuali e studiosi italiani e non solo: questo ha reso possibile un collaborazione tra intellettuali e progettisti grafici con l’intenzione di democratizzare la cultura.

In seguito è stato un percorso in ascesa: lo stile italiano è diventato inconfondibile, il design “made in Italy” continua a fare tendenza e scuola in tutto il mondo.

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#LibriATema:

  1. Grafica italiana dal 1945 a oggi | Carlo Vinti – edito da Giunti (artedossier): ☆☆☆☆☆/5 – molto interessante, scorrevole e dettagliato;
  2. Design italiano del XX secolo | Aldo Colonetti – ☆☆☆☆☆/5 – ottimo e assolutamente consigliato agli appassionati del genere.

Altri articoli: Grafica

Design e comunicazione visiva

Design e comunicazione visiva
Bruno Munari
Grafica
Laterza
2017 (6^ ed)
Copertina flessibile
370

Che cosa è la grafica? Chi sono i designer? Come funziona la loro logica creativa? Quale uso fanno delle tecniche e dei materiali? Un maestro del design italiano ha scritto il più divertente manuale per comprenderne i principi, le leggi e le possibili realizzazioni.

Design e comunicazione visiva – Bruno Munari.

“Bruno Munari (Milano, 24 ottobre 1907 – Milano, 29 settembre 1998) è stato un artista, designer e scrittore italiano.

È stato uno dei massimi protagonisti dell’arte, del design e della grafica del XX secolo, dando contributi fondamentali in diversi campi dell’espressione visiva (pittura, scultura, cinematografia, disegno industriale, grafica) e non visiva (scrittura, poesia, didattica) con una ricerca poliedrica sul tema del movimento, della luce e dello sviluppo della creatività e della fantasia nell’infanzia attraverso il gioco.” – da Wikipedia.

Ho iniziato a leggere un paio di giorni fa il libro “design e comunicazione visiva” di Bruno Munari ed ho notato quanto alcuni aspetti del mondo della grafica si ripetano costantemente nel tempo.

Il testo è forse un po’ obsoleto per quanto riguarda i mezzi e gli strumenti trattati: i calcolatori hanno appena fatto la loro comparsa e si parla di pellicole e vetrini, non di fotografia digitale ed post-produzione.

Ma c’è un concetto che è assolutamente attuale: l’idea di comunicazione visiva. Sono passati anni da quando il libro è stato scritto, sono cambiati i metodi di insegnamento, sono cambiati gli strumenti e le possibilità di imparare… ma la tendenza è sempre la stessa. Ovvero dimenticare perché è importante la comunicazione visiva: ogni cosa che vediamo è comunicazione visiva, seppur involontaria. Un’immagine, uno schizzo, uno scarabocchio, un simbolo, un gesto. Non importa come sia stato fatto e perché.

Con il passare del tempo e l’abitudine a svolgere un certo lavoro in un certo modo, perdiamo la fantasia, la voglia di creare e soprattutto interpretare. Non esiste bello o brutto, fatto bene o fatto male. Troppo spesso si cade nella trappola della convenzione estetica. Credo che sia opportuno prima di tutto rapportare la comunicazione visiva a ciò che si sta trattando e poi… osare!

 


Recensione Design e comunicazione visiva di Bruno Munari