L’artificio dell’illuminato – Seraphita

L'artificio dell'Illuminato. Seraphita Book Cover L'artificio dell'Illuminato. Seraphita
Sarah Helmuth
Fiction, Fantasy
bookabook
2019
Copetina flessibile
184

Nel Continente si annidano forze oscure. Gli alchimisti hanno occupato la Fortezza di Andria, al cui interno perpetrano macabri esperimenti su vittime innocenti. Seraphita, cavia che l’Illuminato considera il proprio capolavoro, riesce a evadere dalla prigione in cui ha trascorso la vita e a rifugiarsi nei boschi. Impaurita e stremata, si imbatte nel mercenario Gareth, che si offre di proteggerla e condurla al sicuro. La ragazza decide di seguirlo, nonostante non sia certa di potersi fidare di lui. Insieme affronteranno i chan-eil-marbh, i non-morti, aberrazioni in cerca di vendetta. Ma questo è solo l’inizio delle avventure che vedranno cinque giovani opporsi all’imperversare del male.

L’artificio dell’illuminato – Seraphita è un libro fantasy fuori dal comune e la sua particolarità sta nel fatto che la trama si basi su un’esperienza di gioco di ruolo dell’autrice con un gruppo di amici.

L’artificio dell’illuminato – Seraphita: il libro

Come anticipato, si tratta di un romanzo fantasy ispirato ai personaggi creati per un gioco di ruolo.

Prologo

Affondò i piedi nella sabbia bianca. Inevitabilmente, ebbe la tentazione di immergerci la mano. Ogni granello che scivolava tra le sue dita gli ricordava lo scorrere del tempo. Alzò lo sguardo oltre le dune e le rocce, e un bagliore attrasse la sua attenzione. Se il vecchio non mentiva, laggiù doveva trovarsi ciò che cercava da mesi.
Si incamminò, mentre l’uomo che gli aveva fatto da guida indietreggiava orripilato. Nessuno osava avvicinarsi a quel pinnacolo maledetto!
Osservò il cielo, aspettandosi chissà che cosa. Un intervento divino forse… e sorrise. Oltrepassò il pendio seguendo il profilo di alcune rocce in rilievo che spuntavano a malapena dalla sabbia, percependo le suole delle scarpe perdere aderenza con il terreno. Dalla cima il panorama mozzava il fiato, eppure nulla avrebbe potuto emozionarlo più di ciò che gli si era parato davanti agli occhi. L’aveva trovata…
Una raffica di vento che portava con sé il profumo della salsedine gli sfilò il cappuccio del mantello. Si ricompose e, tenendolo fermo sul viso con entrambe le mani, si apprestò a scendere.

La protagonista del racconto è Seraphita, cavia innocente e vittima di esperimenti da parte dell’Illuminato e dei suoi subordinati, secondo i quali sarebbe un esperimento particolarmente ben riuscito. Sarephita, infatti, ha la capacità di mutare il proprio aspetto e le proprie capacità fisiche, assumendo tutte quelle della creatura in cui si trasforma (vampiro, per esempio).

Dopo anni di prigionia, riesce a liberarsi e a fuggire nei boschi. Lì incontra un ragazzo di nome Gareth che si offre di accompagnarla nel lungo e tortuoso viaggio che la aspetta.

Effettivamente, essere in due non guasta trovandosi di fronte ai non-morti, creature mostruose e desiderose di vendetta. L’incontro con queste creature, però, è solo la prima di molte ostilità.

L’artificio dell’illuminato – Seraphita è ambientato perlopiù tra fortezza, boschi e villaggi circostanti. L’atmosfera che si percepisce è un misto tra magia e oscurità. Molto rilevanti sono le emozioni dei personaggi, che aiutano a immergersi nella lettura e anche a creare l’atmosfera giusta per ogni ambientazione e per ogni scena.

L’artificio dell’illuminato – Seraphita: oltre la trama

In questo libro si distinguono nettamente due caratteristiche dominanti all’interno della narrazione. La prima è quella della fiaba: protagonisti e antagonisti, situazione iniziale, prove da superare, aiuto esterno, epilogo.

La seconda è quella tipica della narrazione giapponese (seconda parte del libro), in cui troviamo un gruppo di cinque persone – tra cui una “dominante” e le altre, ognuna a suo modo, determinati per il buon esito della missione prestabilita, in questo caso la lotta contro il male voluto dall’Illuminato.

Il ritmo di lettura è abbastanza veloce, lo stile è semplice e come appendice del libro è stato inserito un elenco di nomi utili a non perdere il filo del racconto. Tutto ciò rende la lettura semplice e scorrevole ma non per questo meno “importante”: nel libro, infatti, troviamo molti elementi rilevanti, come l’amicizia, la fiducia, le prove da superare e la necessità, talvolta, di chiedere aiuto.

In conclusione credo che L’artificio dell’illuminato – Seraphita sia un libro adatto a ragazzi e adulti, soprattutto se appassionati di fantasy o gioco di ruolo. Su questo punto va fatta una precisazione: il gioco di ruolo, in realtà, non viene mai menzionato e, non sapendolo, il libro risulterebbe un racconto in cui si mescolano diversi tipi di creature fantastiche ma non necessariamente tratte da un gioco. Perciò è adatto anche a chi non è interessato ai giochi di ruolo, come qualsiasi altro libro del genere fantasy.

 

L’autrice

Sarah Helmuth
Sarah Helmuth (pseudonimo di Sara Raffo) è nata a Genova nel 1983. Cresciuta tra i vicoli della Superba, dove vive tuttora, è da sempre appassionata di narrativa classica e fantasy. L’Artificio dell’Illuminato – Seraphita è il suo romanzo d’esordio.
Per tutte le altre recensioni: INDICE

Arte Fantasy

L’arte fantasy, o arte fantastica, è a tutti gli effetti un genere dell’arte.

I due settori dell’arte che più hanno permesso lo sviluppo dell’arte fantasy sono stati la pittura e l’illustrazione; si tratta in ogni caso di un movimento artistico relativamente recente. O, perlomeno, la sua massima evoluzione è piuttosto recente, mentre andando indietro nei secoli si possono trovare opere fantasy molto più sporadicamente.

Dopo gli anni ’70, però, si è diffusa anche la fotografia fantasy e successivamente, grazie allo sviluppo di software avanzati per la manipolazione fotografica, ha preso sempre più piede, portando alla realizzazione di veri capolavori dell’arte contemporanea – sia fotografica che non.

L’arte fantastica esplora la fantasia, l’immaginazione, lo stato del sogno, le grottesche e diverse visioni e lo “strano”.

Arte fantasy: elementi chiave

L’arte fantasy è l’unione di molti elementi del passato a tecniche odierne e soggetti nati dall’evoluzione molto rapida di personaggi dell’antichità realmente esistiti e non.

Unisce infatti elementi della mitologia (nordica, egizia, greca, ecc) ad una visione moderna del mondo reale e del surreale: per esempio i supereroi più famosi sono spesso rivisitazioni di Dei o figure mitologiche antiche.

Ma non è finita qui. Un elemento fondamentale dell’arte fantasy è la rappresentazione delle emozioni e l’introspezione dei soggetti attraverso la rappresentazione delle figure simboliche più disparate.

Molto rilevanti in questo movimento artistico sono l’occultismo e il misticismo, spesso fondamentali per la rappresentazione di quanto detto poco fa.

Inoltre, il simbolismo, è un altro fattore determinante in questo genere d’arte: spesso ogni elemento dell’opera è un chiaro riferimento ad un aspetto della personalità del soggetto oppure un indizio fondamentale alla comprensione della scena.

Spesso c’è un forte legame tra l’arte fantastica e la letteratura fantastica, proprio grazie ai personaggi e alle ambientazioni che vengono rappresentate; oltre, ovviamente, ad una buona dose di simboli che vendono disseminati nelle opere, essendo chiari riferimenti alla letteratura antica (mitologica, horror e non solo).

Infine, come ogni altro movimento artistico, anche l’arte fantasy ha molte declinazioni, soprattutto in base all’area geografica che si prende in considerazione.

************

Nelle prossime settimane, analizzeremo alcuni artisti del mondo fantasty del passato e del presente!

Per tutti gli altri articoli: MUSEO AS.TRATTO

Dorè: illustratore horror.

Dorè: gusto per l’inquietante e l’epico.

Dorè è stato un illustratore e incisore francese, noto soprattutto per le sue illustrazioni della Divina Commedia di Dante. La produzione di Dorè non si limita solo al suo lavoro più famoso, infatti l’artista ha illustrato anche delle poesie di Edgar Allan Poe e altre pubblicazioni classiche come “The rime of the ancient mariner”. In tutte le opere di Dorè si nota la tendenza ad uno stile tetro e estremamente dettagliato ma non per forza realistico, questo gli permetteva di catturare al meglio momenti macabri come Minosse che indica il girone ai dannati nella Divina Commedia.

 

Altre influenze di Dorè.

Dorè non creò soltanto illustrazioni di inquietanti opere ma anche progetti originali ispirati da ciò che lui amava. E’ spesso possibile notare alcuni personaggi ricorrenti come gli indovini, gli zingari e tutti quei personaggi tipici delle sagre di paese dell’epoca, tutti rappresentati in modo positivo dall’artista come a sottolineare la sua simpatia verso quella categoria di persone.

Dorè dipinse anche molti opere paesaggiste nelle quali, grazie al suo stile, l’artista rende evidente (in modo inquietante e ansiogeno) il contrasto fra natura e uomo. E’ molto importante anche la rappresentazione del medioevo: egli infatti lo riteneva un importantissimo periodo di sviluppo culturale per tutto il mondo.

L’artista sia nel rappresentare paesaggi, che personaggi e periodi storici: fa risaltare gli aspetti positivi circondandoli di “orrido”. Il medioevo per esempio è un contrasto di fitti boschi, rovine e scenari fantastici correlati con l’orrido scaturito dall’uomo o dalla malattia.

 

L’influenza moderna.

La potenza rappresentativa e l’unicità delle opere di Dorè hanno ispirato moltissimi artisti e produttori moderni: mangaka, disegnatori di fumetti, registi, sceneggiatori e musicisti. L’influenza dell’artista non si limita allo stile ma anche al modo di vivere l’orrido: come un modo per far risaltare il lato positivo che gli sta accanto.

 

Segui il blog su instagram!

Altri articoli: Parliamo di libri

Bosch: artista dell’horror, del fantastico e del satirico

Bosch è stato un artista olandese, singolare per il suo modo di rappresentare il mondo fantastico e il comportamento umano in modo satirico,oltre ad aver dato una chiave di lettura horror alle proprie opere.

BOSCH: vita d’artista

Non si sa molto sulla vita dell’artista, quel che è certo è che Jeroen Anthoniszoon van Aeken, questo il suo vero nome, è nato nella cittadina di ‘s Hertogenbosch (oggi Den Bosch), all’epoca proprietà dei Duchi di Borgogna, intorno al 1453, da una famiglia di artisti.

Il nonno, il padre, gli zii e i fratelli, infatti, erano anch’essi artisti. Il suo nome d’arte è nato proprio dal fatto di contraddistinguersi dai parenti e come omaggio alla cittadina natale.

Hertogenbosch era una cittadina piena di vita e la casa dell’artista era posizionata in un punto strategico, grazie al quale ebbe modo di “affacciarsi” sulla quotidianità della popolazione, su eventi popolari, religiosi e non, e trarne ispirazione per le sue opere suggestive e singolari.

Sposò Aleyt de Meervenne, una giovane borghese benestante, e questo gli permise di dedicarsi interamente all’arte.

Per tutta la sua vita restò profondamente religioso e mantenne la tradizione famigliare di far parte della Confraternita della Nostra Diletta Signora, un’associazione volta al culto della Vergine e all’eliminazione della corruzione della chiesa.

Dopo la sua morte fu ricordato come un illustre artista, in seguito cadde nell’oblio fino all’800, per poi essere riscoperto e rivalutato.

BOSCH: l’artista dell’assurdo

Bosch aveva una personalità e una fantasia fuori dal comune: nei suoi dipinti ha creato figure fino ad allora mai viste, unendo sembianze umane, animali e vegetali. Alcune delle sue opere sembrano raffigurare incubi, allucinazioni, mondi nati del terrore.

Ciò che rende i suoi dipinti così sconcertanti è la cura dei dettagli, fino al più più piccolo particolare (caratteristica comune a monti artisti dell’Europa del Nord).

Attraverso la sua arte, ha espresso l’inquietudine dell’epoca: la crisi dei valori cattolici, che è poi sfociata nella riforma di Martin Lutero, la lotta tra dottrina cattolica e tentazione/vizio, l’etichetta di trasgressore o di moralista.

Sette peccati capitali

Hieronymus Bosch- The Seven Deadly Sins and the Four Last Things.JPG
I Sette peccati capitali è un dipinto a olio su tavola (120×150 cm) attribuito a Hieronymus Bosch o a un suo imitatore, databile al 1500-1525 circa e conservato nel Museo del Prado di Madrid. L’opera è firmata sotto il cartiglio inferiore “Jheronimus Bosch”.

L’opera è citata tra i dipinti inviati da Filippo II di Spagna all’Escorial nel 1574. Era erroneamente ritenuta il piano di un tavolo.

Quattro piccoli medaglioni, rappresentanti la Morte di un peccatore, il Giudizio Universale, l’Inferno e il Paradiso, sono disposti agli angoli della tavola, circondando un cerchio più grosso dove sono raffigurati i vizi capitali e, nella “pupilla”, Cristo che si erge dal proprio sepolcro, entro un fascia di raggi dorati che simboleggiano l’occhio di Dio.

Sotto questa figura, si nota una scritta in latino che significa Attenzione, Dio vede.

I vizi capitali sono rappresentati in questo modo:

  1. L’Ira è rappresentata con una rissa tra due paesani ubriachi, mentre una donna cerca di calmarli.
  2. L’Invidia è raffigurata mediante il proverbio fiammingo che recita “due cani con un osso difficilmente raggiungono un accordo”. L’immagine mostra coppie a più livelli che non si interessano di ciò che hanno ma di ciò che non possono avere.
  3. L’Avarizia mostra un giudice disonesto, che accetta denaro di nascosto dalle due parti in causa.
  4. Nella Gola due contadini mangiano e bevono smodatamente, davanti a un bimbo obeso che da loro trae cattivo esempio.
  5. L’Accidia è simboleggiata da un personaggio che dormicchia in un’abitazione accogliente, davanti a un camino, mentre la Fede, nelle sembianze di una suora, gli appare in sogno per ricordargli i suoi doveri di preghiera.
  6. Nella Lussuria due coppie di amanti banchettano sotto un tendone rosato, rallegrate da buffoni.
  7. Nella Superbia infine si vede una donna di spalle intenta a provarsi un’acconciatura, mentre un diavolo le regge lo specchio.

Fonte I peccati capitali: Wikipedia


 

Arte horror: 3 dipinti da paura

Nelle puntate precedenti di Arte Horror abbiamo parlato di questo genere artistico in modo generico, menzionando alcuni artisti e alcune opere. Questa volta invece parleremo di tre dipinti con un elemento in comune: la paura.

Arte horror: 1 – Incubo (Füssli)John Henry Fuseli - The Nightmare.JPG

Incubo o L’incubo (The Nightmare) è un dipinto a olio su tela di Johann Heinrich Füssli, conosciuto anche come Henry Fuseli, realizzato nel 1781.

Nonostante l’autore abbia realizzato diverse versioni di questa opera, ci sono in tutte i tre elementi dominanti: la donna addormentata e riversa verso il basso, un mostro rivolto allo spettatore e una testa di giumenta che compare sul retro.

La tela è stata riprodotta in diversi modi e con diverse tecniche; è stata addirittura utilizzata come spunto per realizzare vignette satiriche raffiguranti personaggi dell’epoca, come Napoleone Bonaparte, Luigi XVIII di Francia, il politico britannico Charles James Fox, ecc.

I tre elementi 

  • La testa della cavalla: rappresentazione dell’incubo.
  • La donna: soggetto “sognate” e oggetto dell’incubo.
  • Il mostro: un ibrido che rappresenta l’incubo “fisico”.

La scena è ambientata in una stanza cupa e in penombra, contenente un grosso letto e un tavolo con alcuni oggetti appoggiati sopra.

La donna raffigurata sta dormendo in una posizione innaturale, causata appunto dall’incubo.

L’intero dipinto è un gioco di contrasti: colori scuri e cupi dello sfondo e del mostro in contrasto con i colori chiari e brillanti della donna.

Secondo alcuni studi, l’opera potrebbe essere ispirata alla mitologia germanica e al floklore dell’epoca, intrisi di demoni e streghe, cavalle e vecchie demoniache. Un genere folkloristico e mitologico che, in effetti, è alla base dell’horror: secondo queste leggende popolari, infatti, le donne avevano rapporti sessuali con in demonio che, come le streghe, aveva la capacità di assumere le sembianze animali.

La scelta della cavalla come simbolo dell’incubo non è casuale: la parola inglese nightmare (incubo) è formata dall’unione di night (notte) e mare (cavallina).

Secondo un’altra teoria, invece, mare non si riferirebbe alla cavalla ma deriverebbe da mara, un termine proveniente dalla mitologia scandinava che indica uno spirito mandato a tormentare i dormienti.

Oltre all’incubo percepito mentalmente (la cavalla), viene raffigurato l’incubo percepito a livello fisico: terrore, paralisi, panico e senso di pesantezza. Questo viene rappresentato dal mostro ibrido raffigurato sul torace della donna: il suo aspetto fa sì che venga associato ai goblin e ai gargoyle delle cattedrali gotiche.

L’artista era straordinariamente colto in materia d’arte e questo gli ha permesso di fondere le sue conoscenze in rappresentazioni uniche e suggestive.

 

Arte horror: 2 – Guernica (Picasso)

Mural del Gernika.jpg

Guernica è un quadro di Pablo Picasso.

Picasso compose l’opera in due mesi, in seguito al bombardamento di Guernica. Lo espose all’esposizione universale di Parigi ed ebbe un grande successo; fu molto utile per far conoscere al mondo ciò che stava succedendo in Spagna in quel periodo. Nel 1937, infatti, la cittadina fu rasa al suolo da un attacco terroristico tedesco.

L’opera va letta da destra verso sinistra ed è una sorta di messaggio di protesta contro la violenza. Anche in questo caso il contrasto tra la madre con il neonato e la brutalità è netto. Il contrasto del colore in questo caso, invece, è dato dal bianco e nero.

Inoltre il trio cavallo (asino), toro (bue) e madre (Maria), ricorda molto la composizione della natività.

Nell’opera sono rappresentati anche altri fattori come la tecnologia e l’evoluzione bellica.

La paura è rappresentata nel grido della madre contro la violenza.

Arte horror: 3 – Saturno che divora i suoi figli

Francisco de Goya, Saturno devorando a su hijo (1819-1823).jpgSaturno che divora i suoi figli è un dipinto a olio su intonaco trasportato su tela (146×83 cm) del pittore spagnolo Francisco Goya, realizzato nel 1821-1823.

Il soggetto dell’opera è mitologico e rappresenta la divinità greca identificata come Crono, il più giovane dei Titani, figlio di Urano (il Cielo) e di Gea (la Madre Terra).
Secondo la cosmogonia greca, Crono, divorò i suoi figli in seguito ad una profezia secondo la quale uno di loro lo avrebbe sostituito al potere.
La moglie riuscì a salvare soltanto Zeus, che fu cresciuto sull’isola di Creta, e una volta adulto tornò a rivalersi sul padre, facendogli restituire i figli.
L’opera fa parte delle cosiddette Pitture Nere, un ciclo di quattordici dipinti realizzati da Goya ad olio sulle pareti della propria casa: non erano pensati come opere da esposizione e non erano rivolte al pubblico.
Tuttavia, Goya si trasferì in Francia e la casa passò al nipote Mariano che li fece trasferire su tela e li donò allo stato spagnolo.

Il tema di Saturno che divora i figli era già stato affrontato in un’opera di Rubens, intitolata appunto Saturno. A differenza della precedente rappresentazione, però, in questo caso il Dio viene rappresentato come uomo diventato folle a causa della paura di perdere il suo ruolo, tanto da eliminare i propri figli.


Per tutti gli altri articoli: MUSEO AS.TRATTO