L’orologiaio di Filigree Street

L'orologiaio di Filigree Street Book Cover L'orologiaio di Filigree Street
Natasha Pulley
Fiction, romanzo, steampunk
Bompiani
2018
Copertina flessibile
384

La sua vita era un meccanismo perfetto. Finché non incontrò l'orologiaio.

«È paragonabile a uno degli uccelli meccanici di Mori: complesso, affascinante e del tutto sorprendente» – New York Times

Londra, 1883. Thaniel Steepleton, giovane, modesto telegrafista al Ministero dell'Interno, una sera trova un dono anonimo sul cuscino: un orologio d'oro. E' proprio l'orologio, strillando, a salvarlo dall'esplosione di un ordigno che devasta un pub. Thaniel si trasforma così in investigatore antiterrorismo e rintraccia l'artigiano che ha creato il prodigioso manufatto: si chiama Keita Mori, viene dal Giappone e nel suo laboratorio in una stradina di vecchie case a Knightsbridge prendono vita straordinari esseri meccanici, prodigi luminosi, uccelli di bronzo, un polpo rubacalzini. L'incontro con Mori e quello con Grace Carrow – brillante studentessa di fisica che cerca di combattere i pregiudizi per diventare scienziata e scoprire la verità sull'etere luminifero – cambierà la vita di Thaniel. Tre personaggi che non sono mai quello che sembrano, un passato – e un futuro – che uniscono in modo singolare l'Inghilterra all'estremo Oriente, una miscela specialissima di storia e magia per un romanzo che sfugge alle etichette e chiede al lettore di stare al gioco senza riserve.

“L’orologiaio di Filigree Street” di Natasha Pulley è una straordinaria opera di narrativa storica e fantastica che fonde abilmente elementi di mistero, magia e ingegneria. In questa recensione SEO, esploreremo la trama, il significato e i commenti su questo romanzo che ha catturato l’immaginazione dei lettori in tutto il mondo.

La storia si svolge nella Londra del 1883 e segue il giovane orologiaio Thaniel Steepleton, un uomo tranquillo la cui vita viene sconvolta quando una bomba esplode nelle vicinanze del luogo in cui lavora. Tuttavia, il destino sembra sorridere a Thaniel quando scopre un misterioso orologio da tasca d’oro lasciato nella sua stanza. Questo orologio lo conduce a Keita Mori, un giapponese geniale che vive a Filigree Street e che sembra avere un talento straordinario per la costruzione di orologi, e non solo.

Pian piano, dopo un’iniziale diffidenza, Thaniel e Mori iniziano a sviluppare una buona amicizia. Mori, il cui passato è avvolto nel mistero, sembra avere la capacità di prevedere il futuro attraverso i suoi intricati orologi. Tuttavia, quando una serie di eventi misteriosi mette in pericolo la sicurezza di Londra, Thaniel si trova a dover affrontare una serie di scelte difficili, cercando di decifrare il legame tra Mori, gli straordinari orologi da lui creati e gli eventi catastrofici che li circondano.

Oltre la trama


“L’orologiaio di Filigree Street” affronta temi profondi e universali. La narrazione di Pulley esplora la tensione tra il destino e la libertà umana. La capacità di Mori di prevedere il futuro attraverso gli orologi solleva domande sulla predestinazione e sull’idea che il tempo stesso possa essere manipolato. Questo porta i personaggi e i lettori a riflettere su quanto sia possibile influenzare il proprio futuro, cambiare percorso o se si sia vincolati ad una strada da percorrere sin dalla nascita.

Inoltre, il romanzo esamina la connessione tra il passato e il presente, e come le azioni di una persona possano avere un impatto profondo sulle vite degli altri. La storia di Mori e Thaniel è intrecciata con storie familiari complesse e segreti che risalgono a molti anni prima, mettendo in evidenza la profondità delle relazioni che, vicine o lontane, provocano una sorta di effetto farfalla su svariati soggetti (spesso nemmeno consapevoli).

Natasha Pulley ha una straordinaria abilità nel creare un’ambientazione ricca di dettagli e nel dar vita ai personaggi. La sua prosa è ben strutturata e curata, capace di valorizzare il mondo stempunk-vittoriano di Londra . I personaggi principali, Thaniel e Mori, sono scritti con profondità e complessità, e la loro relazione è al centro del romanzo. La sottile fusione di elementi fantastici e storici rende il libro ancora più piacevole.

“L’orologiaio di Filigree Street” è un romanzo coinvolgente per chiunque cerchi un mix di storia, magia e mistero, tra atmosfere steampunk vittoriane, con un tocco di Giappone. Inoltre, la storia di Thaniel e Mori cattura l’immaginazione e offre riflessioni profonde sulle questioni dell’individuo, del destino e della libertà. 

L’arte di conoscere se stessi






L'arte di conoscere se stessi Book Cover




L'arte di conoscere se stessi





Arthur Schopenhauer, Franco Volpi,





Filosofia




2003




117



Avviato nel 1821 e proseguito poi nei decenni successivi, questo “libro segreto” consisteva probabilmente in una trentina di fogli fitti di annotazioni autobiografiche, ricordi, riflessioni, norme di comportamento, massime e citazioni che Schopenhauer aveva registrato come ciò che gli stava più a cuore, come una sorta di distillato della propria personale saggezza di vita: le regole di un'arte per conoscere se stessi e, nel contempo, per rendere meno difficile la convivenza con gli altri e l'orientamento nel mondo: “Volere il meno possibile e conoscere il più possibile è stata la massima che ha guidato la mia vita”


L’arte di conoscere se stessi di Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco del XIX secolo, è noto per le sue profonde riflessioni sulla filosofia della vita e sulla conoscenza di sé. Il suo libro “L’arte di conoscere se stessi” (in tedesco “Die Kunst, sich selbst zu erkennen”) è un’opera che invita i lettori a esplorare la propria interiorità e a comprendere meglio la natura umana. In questa recensione SEO, esamineremo il significato di questo libro e l’importanza dell’autore nel panorama filosofico.

La cortesia, al pari di un gettone, è palesemente una moneta falsa: lesinarla dimostra ottusità; usarne con liberalità invece intelligenza. Chi al contrario spinge la cortesia fino

a sacrificare interessi reali è come chi dispensa monete d’oro autentiche al posto di gettoni.

Arthur Schopenhauer: L’autore dietro il capolavoro

Arthur Schopenhauer (1788-1860) è stato uno dei pensatori più influenti della sua epoca. Le sue opere hanno lasciato un’impronta duratura sulla filosofia occidentale e hanno ispirato numerosi pensatori successivi, tra cui Friedrich Nietzsche. Schopenhauer era noto per la sua visione pessimistica della vita, ma anche per la sua acuta intuizione sulla condizione umana.

Schopenhauer trascorse gran parte della sua vita a scrivere e a riflettere sulla filosofia, cercando di rispondere a domande fondamentali sulla natura dell’esistenza umana e sulle sofferenze che l’accompagnano. Questa profonda introspezione si riflette chiaramente nel suo libro “L’arte di conoscere se stessi”.

. La cortesia è quindi per l’uomo ciò che il calore è per la cera.

“L’arte di conoscere se stessi”: Un viaggio nell’interiorità umana

Il libro di Schopenhauer è una guida filosofica per coloro che desiderano esplorare il proprio mondo interiore. Egli sostiene che la vera conoscenza di sé non può essere raggiunta attraverso lo studio esterno o attraverso l’osservazione degli altri, ma solo attraverso una profonda introspezione. L’autenticità e la sincerità verso se stessi sono fondamentali per questa ricerca.

il mezzo più sicuro contro l’odio verso il genere umano è disprezzarlo

Schopenhauer esplora le passioni umane, i desideri e le illusioni che spesso ci distolgono dalla comprensione di chi siamo veramente. Egli offre consigli pratici su come superare le trappole della vita quotidiana e come raggiungere una conoscenza più profonda di sé stessi.

La ricerca del significato della vita

Uno dei temi centrali del libro è la ricerca del significato della vita. Schopenhauer crede che la vita sia permeata dalla sofferenza e dall’insoddisfazione, ma sostiene che la conoscenza di sé può aiutarci a trovare una forma di redenzione. La consapevolezza delle nostre passioni e dei nostri desideri ci permette di liberarcene e di raggiungere una forma di tranquillità interiore.

Schopenhauer afferma che la vera felicità non risiede nella ricerca incessante del piacere, ma nella riduzione dei desideri e nella comprensione della natura effimera delle nostre passioni. Questa prospettiva offre una visione unica sulla ricerca della felicità e del significato nella vita.

Da come gli altri si comportano con noi non dobbiamo desumere e apprendere chi siamo noi, bensì chi sono loro

Conclusioni

“L’arte di conoscere se stessi” di Arthur Schopenhauer è un’opera filosofica che invita i lettori a esplorare il proprio mondo interiore, a comprendere le passioni umane e a cercare il significato della vita. La profonda saggezza di Schopenhauer e la sua capacità di analizzare la natura umana lo rendono un’autorità nel campo della filosofia esistenziale.

Questo libro è una risorsa preziosa per coloro che desiderano intraprendere un viaggio di auto-scoperta e di comprensione della vita umana. La sua eredità filosofica continua a ispirare e a influenzare generazioni di pensatori, e offre un’importante prospettiva sulla ricerca della conoscenza di sé e della felicità. In sintesi, “L’arte di conoscere se stessi” è una lettura imperdibile per chiunque sia interessato alla filosofia della vita e alla ricerca del significato.

Altri spunti di lettura

@alice.sogno

Mille lune






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Mille lune





Sebastian Barry





Romanzo storico




Einaudi




2022




Copertina rigida




224



Tennessee, 1870. Winona, un'indiana lakota rimasta orfana e adottata dagli ex soldati dell'Unione Thomas McNulty e John Cole, prova con tenacia a lasciarsi alle spalle le perdite del passato. Almeno finché l'ennesima violenza non la costringe a cercare giustizia. Anche travestendosi da uomo... Dalla penna di uno dei piú importanti scrittori contemporanei, la storia di una donna determinata a scegliere per il proprio futuro, un canto alla libertà di espressione, un'ode a ogni forma d'amore.

«Amore, guerra, gender fluidity, una visione lucidissima degli eventi che portarono alla nascita degli Stati Uniti di oggi. Una violenza quasi surreale, ma grandi e intensi momenti di tenerezza» – Kazuo Ishiguro

«Nessuno scrive come lui, nessuno è coraggioso come lui, nessuno spinge alle estreme conseguenze le parole e il cuore, e li tiene insieme, come Sebastian Barry» – Ali Smith

 

Da bambina Winona ha perso tutto, e se non fosse stato per Thomas e John non sa quale sarebbe stato il suo destino. John ha sempre insistito perché imparasse l'inglese correttamente. Per un nativo americano – e John lo sa bene, visto che lo è per un terzo – è già abbastanza difficile sopravvivere nella società chiusa e intollerante del Sud, in cui picchiare indiani e neri non è considerato un crimine, e parlare inglese è uno dei pochi modi per ottenere un po' di rispetto. Winona lavora come contabile per l'avvocato Briscoe, ed è molto brava. In città ha conosciuto il commesso Jas Jonski, che si è innamorato di lei e ha intenzioni serie. Winona non è sicura di voler sposare Jas, che non ha mai nemmeno baciato, e non sa davvero se le piacciono gli uomini. Ma a parte i dubbi del cuore e le difficoltà che derivano dall'essere una donna, e per giunta indiana, la vita di Winona scorre tranquilla, almeno fino all'ennesimo evento che sconvolge la sua esistenza travagliata: un giorno viene aggredita e stuprata. Se all'inizio non ricorda nulla, in seguito crudeli frammenti di memoria le suggeriscono che il colpevole è proprio il suo fidanzato Jas. Winona non se la sente di accusarlo subito apertamente: vestita da ragazzo per sottrarsi alle sue attenzioni, allora, Winona asseconda la sua sete di giustizia e decide di condurre un'inchiesta personale al cuore della società maschilista di Henry County. Tra turpi misteri e segreti inconfessabili, per Winona la verità sembra allontanarsi sempre piú; la forca, invece, è a un passo: come spesso accade, per chi ha il potere è facile trasformare le vittime in colpevoli. Raccontato dalla fiammeggiante prosa di Sebastian Barry, Mille lune è il potente ritratto di una donna e della sua determinazione di decidere il proprio futuro, di vivere e di amare.

Mille lune è un romanzo strico di Sebastian Barry edito in Italia da Einaudi.

Sono Winona.
All’inizio ero Ojinjintka, che significa rosa. Thomas McNulty ci aveva provato e riprovato ma non riusciva a dirlo, così alla fine mi diede il nome di mia cugina morta perché in bocca gli veniva più facile. Winona significa la primogenita. Io non ero la primogenita.

Protagonista della vicenda è Winona, una ragazza orfana che, dopo aver perso la famiglia, la tribù e la libertà, è costretta a vivere lontano dalla sua terra contando solo sulle proprie forze e sull’aiuto di due ex soldati che la adottano e la portano a vivere con sé e con altri schiavi liberati.

[…]
Picchiare un’indiana non era un reato.
John Cole non importa se aveva fatto il soldato ed era un bravo agricoltore, in città lo trattavano male perché sua nonna o quella prima ancora era un’indiana. Quindi lui ce l’aveva un po’ scritto in faccia. Neanche l’inglese bastava a proteggerlo. 

Winona cerca a fatica di ricostruirsi una vita, ma di nuovo viene distrutta dall’ennesima violenza. Dopo il rifiuto, la negazione, l’oblio, arrivano il desiderio di vendetta e la rabbia. Winona si traveste da uomo, è decisa a farsi giustizia da sola a costo di perdere la vita e quel poco di buono che le è rimasto al mondo.

Ma prima della guerra era una schiava e naturalmente per dei bianchi una schiava sta molto in basso.
E io ancora più in basso.
Agli occhi della città non ero che cenere di un falò indiano.

Troverà un motivo per tornare a vivere e a sperare conoscendo Peg, un’altra nativa con cui ha un incontro bizzarro; in qualche modo si salvano a vicenda, prima per “sbaglio” poi per desiderio.

Mille lune è un romanzo storico in cui vengono affrontati molti temi: l’odio razziale, la guerra, l’invasione, la violenza, la schiavitù, l’affetto, la carità e l’amore incondizionato.

Scritto in modo volutamente altalenante e grammaticalmente scorretto, fa entrare il lettore nella mente della protagonista, rendendo tutto ancora più vivido e realistico.


In conclusione, si tratta di un romanzo piacevole per ambientazione e atmosfera, ma che sicuramente non si fa leggere a cuor leggero: lo consiglio agli appassionati del genere, a chi stesse cercando una lettura sui temi della libertà e dei diritti, e a chiunque volesse sperimentare qualcosa di nuovo e diverso.


Altri spunti di lettura

@alice.sogno

Abbiamo sempre vissuto nel castello






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Abbiamo sempre vissuto nel castello





Shirley Jackson





Fiction




2009




182



«A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce»: con questa dedica si apre L’incendiaria di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l’Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i «brividi silenziosi e cumulativi» che – per usare le parole di un’ammiratrice, Dorothy Parker – abbiamo provato leggendo La lotteria. Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male – un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai ‘cattivi’, ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

“Abbiamo sempre vissuto nel castello” è un romanzo della scrittrice statunitense Shirley Jackson, pubblicato per la prima volta nel 1962. Questo libro è diventato uno dei lavori più famosi dell’autrice e un classico della letteratura gotica.

Il romanzo si sviluppa attorno alla storia delle sorelle Blackwood,  Mary Catherine (Merricat) e Constance, che vivono insieme in isolamento nel loro antico castello. Dopo lo sterminio di quasi tutta la loro famiglia, le due sorelle si sono isolate completamente e sono vittime di pettegolezzi e sospetti da parte della comunità locale.

La voce narrante è quella di Merricat, una giovane donna eccentrica e dalla mente enigmatica. Merricat si occupa della protezione e del mantenimento del loro castello, costruendo barriere mentali e fisiche per tenere lontani gli intrusi. Benché sia capisca che non sia più una bambina, spesso il rapporto con la sorella e lo stesso comportamento di Merricat, porta il lettore a pensare che invece si tratti di una ragazzina. La relazione con la sorella Constance infatti è complessa e ambigua, nasconde segreti e misteri, una sinistra intesa e complicità nel mantenere un equilibrio folle e una normalità apparente.

“Abbiamo sempre vissuto nel castello” affronta temi come la paranoia, l’alienazione e la colpa, offrendo una riflessione profonda sulla natura umana e sulla società. La scrittura della Jackson è coinvolgente e magnetica, creando una tensione crescente che avvolge il lettore e lo spinge ad andare avanti nella trama, nonostante di fatto non dica NULLA fino alla fine.

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è la capacità della Jackson nel creare un’atmosfera palpabile, inquietante e tremendamente realistica nella sua assurdità. L’uso sapiente dell’ambientazione, del linguaggio e dei dettagli visivi trasmette un senso di claustrofobia e di minaccia imminente.

Inoltre, “Abbiamo sempre vissuto nel castello” è un gotico esemplare, che presenta una storia che è al contempo misteriosa e sottile, senza ricorrere a elementi sovrannaturali o all’orrore esplicito. È l’aspetto psicologico dei personaggi e la complessità delle loro relazioni a suscitare emozioni e riflessioni nel lettore.

Shirley Jackson ha dimostrato di essere una maestra nel dipingere ritratti psicologici e nell’esplorare la parte oscura dell’animo umano. “Abbiamo sempre vissuto nel castello” è un’opera che rimane nella mente del lettore, continuando a suscitare interrogativi e discussioni anche dopo la sua conclusione. È un capolavoro senza tempo, che invita a riflettere sulle complicazioni psicologiche di ogni gesto.

 


Altri spunti di lettura

@alice.sogno

D’un tratto nel folto bosco






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D'un tratto nel folto del bosco





Amos Oz





Narrativa, Fiaba




Feltrinelli Editore




2005




114



La notte, al villaggio, uno strano, impossibile silenzio abita il buio. Anche di giorno, l’assenza degli animali lascia ovunque le sue tracce: non un cane in cortile, non un gatto sui tetti, e nemmeno una mosca che ronza o un grillo che canta nei prati intorno. Qualcosa dev’essere successo tempo fa e i bambini ogni tanto fanno domande, ma i grandi rispondono in modo evasivo, per non dire irritato. Tutti o quasi: perché nei disegni della maestra Emanuela, nella solitudine del vecchio Almon, che una volta faceva il pescatore nel fiume e aveva un cane fedele, nei gesti tristi della fornaia, che sparge invano briciole di pane all’aria, qualcosa di strano s’intende. Fino a quando Mati e Maya non partono per la loro avventura, in cerca del mistero del villaggio dove gli animali sono scomparsi. Nel folto del bosco troveranno Nimi, il bambino puledrino ammalato di nitrillo, Nehi, il demone del bosco e una triste verità.
D’un tratto nel folto del bosco è una storia, anzi una favola. Amos Oz racconta di un paese stregato, senza nome e senza animali. Lo fa con la sua consueta maestria nel descrivere voci e silenzi, paesaggi e umori dell’animo. Il segreto del villaggio è racchiuso in una storia struggente e in immagini di grande effetto, per piccini e grandi. È una morale triste, inconsueta, in cui gli animali, pur se assenti, insegnano agli uomini a parlare una lingua in cui nessuno si sente beffato, diverso. Perché la lingua degli animali ha tante parole, ma nemmeno una che sia capace di esprimere il distacco e l’esclusione. Anche se hai sempre il moccio al naso, i denti in fuori e uno strano morbo che si chiama nitrillo.

D’un tratto nel folto bosco è una sorta di fiaba moderna i cui protagonisti sono due ragazzini vivaci e per natura molto curiosi, che grazie alla loro indole e alla loro volontà di fare chiarezza su alcuni eventi risolveranno un mistero che si porta avanti da decenni e che ha sconvolto la cittadina in cui vivono.

In questo paesino sono spariti tutti gli animali, dal più piccolo al più grande, non ci sono più insetti, né animali da compagnia né tantomeno animali selvatici o d’allevamento: questa condizione si porta avanti da anni, tant’è che la popolazione del paese ha smesso da tempo di parlare dell’accaduto.

Non che ci sia stato un fatto scatenante ma in qualche modo la popolazione ha iniziato ad attribuire questo fenomeno ad un demone che risiede sui monti. Dopodiché è diventata usanza comune quella di non parlare degli animali, della loro sparizione e tanto meno del Demone delle montagne. La popolazione del paese si è fatta condizionare fino al punto di aver ideato la presunta esistenza di un virus altamente contagioso che colpisce i bambini, il cosiddetto nitrillo, una malattia che porterebbe chi la contrae a non saper più parlare, a comportarsi in modo bizzarro e a nitrire come un asino.

Per qualche giorno la gente aveva badato bene a non guardarsi negli occhi. per diffidenza. O per sconcerto. O vergogna. Da allora in poi si cercò di parlarne il meno possibile. Né bene né male. Non una parola. Ogni tanto ci si dimenticava persino del perché in fondo fosse meglio dimenticare. Ciò nonostante, tutti ricordavano molto bene, ma in silenzio, che era meglio non ricordare. E c’era come il bisogno di negare tutto ciò, di negare persino con la stessa umiltà e ridere di chi invece ricordava: che facesse! Che non parlasse!

Benché i due protagonisti siano stati avvertiti sui pericoli che incombono la notte, al buio, e soprattutto al di fuori della zona abitata, decidono comunque di addentrarsi nei boschi per spiegare l’apparizione di un misterioso albero (che in alcuni momenti si vede e in altri no) e dei versi che pensano di aver udito nella notte.

Questo li porterà a incontrare il vero demone delle montagne e comprendere finalmente la condizione in cui si trova il paese in cui abitano: loro saranno l’inizio di una nuova epoca, sempre che gli altri abitanti del villaggio gli diano ascolto.

D‘un tratto nel folto bosco è quindi un romanzo di formazione ma anche una grossa metafora sulle psicosi di massa e sull’assoggettarsi al pensiero altrui fino al punto di cambiare il proprio.

Si tratta di un testo piuttosto strano, che può essere analizzato e interpretato in vari modi: se lo si analizza a livello pratico, presenta alcune criticità (per esempio nel villaggio ci sono fiori ma non ci sono insetti da decenni, ecc). Esclusi questi aspetti, che comunque possono essere presi per buoni grazie alla connotazione fiabesca del testo, si ha un romanzo di formazione e di critica. Lo stile dell’autore è conosciuto alla maggior parte dei lettori; personalmente l’ho trovato un pochino lento e ripetitivo, anche se riconosco la necessità di ripetere più volte alcune nozioni per sottolineare il messaggio principale del testo.

… non c’era nessuno in tutto il paese che potesse insegnare ai bambini che la realtà non è soltanto quello che l’occhio vede e l’orecchio ode e la mano può toccare, bensì anche quel che è stata nascosto alla vista e al tatto, e si svela ogni tanto, solo per un momento, ma lo cerca con gli occhi della mente e a chi sa ascoltare o dire con le orecchie dell’animo e toccare con le dita del pensiero.

Oltre a tutto ciò, all’interno del romanzo troviamo anche una metafora piuttosto importante sulla società: la tendenza ad isolare ed evitare ciò che non si conosce o non si comprende; il condizionamento reciproco che si crea all’interno di una comunità; il giudizio nei confronti “dell’altro”, e così via.

E io che desideravo tanto essere uno di loro; facevo di tutto per essere come gli altri. Più come tutti gli altri di tutti gli altri.

Per finire vengono affrontati anche argomenti importanti come il rapporto tra uomo e natura, il confronto tra adulti e bambini e di conseguenza la differenza nella visione del mondo e il rapporto con esso, la diversità in generale – sia a livello di individui che a livello di società – ed infine il rispetto, sia tra individui e sia tra uomo e ambiente.

Qui da noi non ci si vergogna a stare minuti: in fondo siamo sempre stati nudi, sotto i nostri vestiti, e solo che ci hanno abituati, fin da piccoli, a vergognarci di ciò che è vero e ad andare fieri di ciò che è menzogna.

Un testo breve, che si legge velocemente e che offre dei buoni spunti di riflessione: consigliato!

 


Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; “Audiolibri Emons-Feltrinelli”, 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l’acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018), Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad), Le terre dello sciacallo (2021). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue. (fonte: feltrinellieditore.it)