La psicologia del colore nel cinema

Il colore è la base della percezione del mondo che circonda sotto l’aspetto visivo: influisce sulle emozioni, sulle opinioni e sulle sensazioni che stanno dietro un’immagine. Il cromatismo è un vero e proprio linguaggio visivo: social media, pubblicità, stampa e televisione sfruttano questo linguaggio al massimo, per trasmettere allo spettatore un messaggio ben preciso (solitamente con l’intenzione di portarlo a compiere un’azione finale).

Nel cinema il colore definisce un genere o identifica un regista, una serie, e così via. Molti dei film che hanno fatto la storia, basano il loro successo proprio sul colore: Shindler’s List, Sin City, The Revenant, Inception, Moulin Rouge, It, ecc. Alcuni registi sono riconoscibili proprio grazie ai colori: Tim Burton, Guillermo Del Toro.

Australia

Regia: Baz Luhrmann
Genere: storico, drammatico, sentimentale

Trama: Ambientato nell’Australia settentrionale alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il film racconta le vicende di un’aristocratica inglese di nome Sarah (Nicole Kidman) che eredita un ranch. Quando i magnati del bestiame inglesi tentano di impadronirsi della sua terra costringendola a vendere il ranch, unisce le sue forze a quelle di un rude mandriano – Drover – (Hugh Jackman) per condurre 2000 capi di bestiame attraverso centinaia di chilometri di terra desolata. La guerra è ormai alle porte e complica ulteriormente la situazione: Sarah, Drover e il piccolo Nullah lotteranno con tutte le forze per la loro terra.

Colori: le scene dei questo film sono quali completamente realizzate con colori caldi e scuri, trasmettono un senso di “calore” nonostante il clima di guerra e aiutano a sottolineare l’ambiente e il periodo storico in cui si svolge la vicenda.

Avatar

RegiaJames Cameron
Genere: fantascienza

Trama: la storia è ambientata principalmente su Pandora, luna del gigante gassoso Polifemo, su cui una compagnia interstellare terrestre ha interessi economici su un cristallo ferroso presente in grandi quantità nella terra dei Na’vi. Gli esseri umani devono indossare delle maschere filtranti se vogliono atterrare su di essa. Proprio per questo motivo, gli studiosi hanno messo a punto degli avatar, vale a dire dei corpi genetici ibridi, a metà tra i Na’vi e gli umani. Jake Sully è uno degli ex-marine che si prestano a questo servizio (è rimasto invalido e intende utilizzare la ricompensa per pagare un’operazione che gli farà acquisire nuovamente l’utilizzo delle gambe). Mentre si trova in missione, però, entra in simbiosi con la popolazione Na’vi e scopre che in realtà la missione non è innocua come volevano fargli credere: aiuterà i Na’vi nella guerra per cacciare il genere umano da questo fantastico mondo. Jake sposerà una Na’vi e lascerà per sempre il suo corpo umano per rimanere nel suo Avatar.

Colori: Blu e azzurro in tutte le loro tonalità, verde, arancio e rosa, colori vivaci. Colori tipici del genere Sci-Fi e tecnologico, con l’aggiunta di colori molto vivaci a caratterizzare il mondo Na’vi, per trasmettere allo spettatore la spettacolarità di un ambiente incontaminato, mettendolo a confronto con la crudeltà che il genere umano è in grado di dimostrare.

A Nightmare on Elm Street

Regia: Samuel Bayer
Genere: Horror

Trama: Dean, uno studente, sta avendo strani incubi. Ne ha parlato con uno specialista che ritiene tutto nasca da quello che gli è successo da piccolo. La sua fidanzata Kris lo tranquillizza: in fondo sono solo incubi. Dean però crede che siano reali e, sotto gli occhi increduli di Nancy, sembra tagliarsi la gola da solo. Ma a tagliargliela è l’uomo nero dei suoi incubi, Freddy Krueger. Nancy, amica di Dean, crede di sapere di cosa si tratti, ma i suoi amici non vogliono sentirne parlare. C’è qualcosa di misterioso nel loro passato, qualcosa che non ricordano e che i loro genitori, interrogati, negano. Un altro del gruppo, Jesse, è testimone della truculenta morte di Kris durante un incubo ed è accusato dell’omicidio. Rinchiuso in cella, viene a sua volta macellato da Krueger mentre dorme. Nancy e il suo amico Quentin, gli ultimi rimasti, sanno che devono fare qualcosa se vogliono evitare di essere i prossimi della lista.

Colori: Il film in questione è il remake del 2010, molti sostengono che sia migliore l’originale. Sotto l’aspetto cromatico ha poca importanza, gli horror sono definiti sempre e comunque da due colori: rosso e nero. Il nero mette paura, angoscia, tristezza. Il rosso spaventa e richiama l’attenzione sui dettagli. I toni del grigio e del marrone sono solitamente aggiunti per creare un’atmosfera cupa.

The imitation game

Regia: Morten Tyldum
Genere: Drammatico, storico

Trama: La Seconda Guerra Mondiale sta affliggendo l’Europa e il brillante matematico Alan Turing, si mette a disposizione del governo della Gran Bretagna: dovrà creare una macchina – chiamata Enigma – in grado di decifrare i messaggi in codice inviati dai nazisti. Ad aiutarlo in questo arduo compito alcuni compagni di studio e il capo dell’MI6. Dopo svariati tentativi Alan riesce a decodificare i messaggi che venivano inviati sotto forma di bollettino meteo e ad evitare ulteriori attacchi nazisti. Successivamente Alan viene condannato perché omosessuale e costretto alla castrazione chimica. Sarà sempre più isolato a depresso, fino al suicidio all’età di 41 anni.

Colori: Si tratta fondamentalmente di un film storico e, come tutti i film di questo genere, si basa sui toni del grigio o del marrone. In particolare questo film è girato completamente con toni scuri, a sottolineare l’atmosfera cupa e malinconica del periodo di guerra.

L’arte di conoscere se stessi

L'arte di conoscere se stessi Book Cover L'arte di conoscere se stessi
Arthur Schopenhauer, Franco Volpi,
Filosofia
2003
117

Avviato nel 1821 e proseguito poi nei decenni successivi, questo “libro segreto” consisteva probabilmente in una trentina di fogli fitti di annotazioni autobiografiche, ricordi, riflessioni, norme di comportamento, massime e citazioni che Schopenhauer aveva registrato come ciò che gli stava più a cuore, come una sorta di distillato della propria personale saggezza di vita: le regole di un'arte per conoscere se stessi e, nel contempo, per rendere meno difficile la convivenza con gli altri e l'orientamento nel mondo: “Volere il meno possibile e conoscere il più possibile è stata la massima che ha guidato la mia vita”


L’arte di conoscere se stessi di Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco del XIX secolo, è noto per le sue profonde riflessioni sulla filosofia della vita e sulla conoscenza di sé. Il suo libro “L’arte di conoscere se stessi” (in tedesco “Die Kunst, sich selbst zu erkennen”) è un’opera che invita i lettori a esplorare la propria interiorità e a comprendere meglio la natura umana. In questa recensione SEO, esamineremo il significato di questo libro e l’importanza dell’autore nel panorama filosofico.

La cortesia, al pari di un gettone, è palesemente una moneta falsa: lesinarla dimostra ottusità; usarne con liberalità invece intelligenza. Chi al contrario spinge la cortesia fino

a sacrificare interessi reali è come chi dispensa monete d’oro autentiche al posto di gettoni.

Arthur Schopenhauer: L’autore dietro il capolavoro

Arthur Schopenhauer (1788-1860) è stato uno dei pensatori più influenti della sua epoca. Le sue opere hanno lasciato un’impronta duratura sulla filosofia occidentale e hanno ispirato numerosi pensatori successivi, tra cui Friedrich Nietzsche. Schopenhauer era noto per la sua visione pessimistica della vita, ma anche per la sua acuta intuizione sulla condizione umana.

Schopenhauer trascorse gran parte della sua vita a scrivere e a riflettere sulla filosofia, cercando di rispondere a domande fondamentali sulla natura dell’esistenza umana e sulle sofferenze che l’accompagnano. Questa profonda introspezione si riflette chiaramente nel suo libro “L’arte di conoscere se stessi”.

. La cortesia è quindi per l’uomo ciò che il calore è per la cera.

“L’arte di conoscere se stessi”: Un viaggio nell’interiorità umana

Il libro di Schopenhauer è una guida filosofica per coloro che desiderano esplorare il proprio mondo interiore. Egli sostiene che la vera conoscenza di sé non può essere raggiunta attraverso lo studio esterno o attraverso l’osservazione degli altri, ma solo attraverso una profonda introspezione. L’autenticità e la sincerità verso se stessi sono fondamentali per questa ricerca.

il mezzo più sicuro contro l’odio verso il genere umano è disprezzarlo

Schopenhauer esplora le passioni umane, i desideri e le illusioni che spesso ci distolgono dalla comprensione di chi siamo veramente. Egli offre consigli pratici su come superare le trappole della vita quotidiana e come raggiungere una conoscenza più profonda di sé stessi.

La ricerca del significato della vita

Uno dei temi centrali del libro è la ricerca del significato della vita. Schopenhauer crede che la vita sia permeata dalla sofferenza e dall’insoddisfazione, ma sostiene che la conoscenza di sé può aiutarci a trovare una forma di redenzione. La consapevolezza delle nostre passioni e dei nostri desideri ci permette di liberarcene e di raggiungere una forma di tranquillità interiore.

Schopenhauer afferma che la vera felicità non risiede nella ricerca incessante del piacere, ma nella riduzione dei desideri e nella comprensione della natura effimera delle nostre passioni. Questa prospettiva offre una visione unica sulla ricerca della felicità e del significato nella vita.

Da come gli altri si comportano con noi non dobbiamo desumere e apprendere chi siamo noi, bensì chi sono loro

Conclusioni

“L’arte di conoscere se stessi” di Arthur Schopenhauer è un’opera filosofica che invita i lettori a esplorare il proprio mondo interiore, a comprendere le passioni umane e a cercare il significato della vita. La profonda saggezza di Schopenhauer e la sua capacità di analizzare la natura umana lo rendono un’autorità nel campo della filosofia esistenziale.

Questo libro è una risorsa preziosa per coloro che desiderano intraprendere un viaggio di auto-scoperta e di comprensione della vita umana. La sua eredità filosofica continua a ispirare e a influenzare generazioni di pensatori, e offre un’importante prospettiva sulla ricerca della conoscenza di sé e della felicità. In sintesi, “L’arte di conoscere se stessi” è una lettura imperdibile per chiunque sia interessato alla filosofia della vita e alla ricerca del significato.

Altri spunti di lettura

@alice.sogno

Guanciale d’erba

Guanciale d'erba Book Cover Guanciale d'erba
Sōseki Natsume
Romanzo
Neri Pozza
2013
Copetina flessibile
173

Un giovane artista, pittore e poeta, si avventura per un ameno sentiero di montagna di un piccolo villaggio giapponese. Lungo il cammino, in un'atmosfera incantata, incontra viandanti solitari, contadini, paesani, nobili a cavallo e ogni specie d'umanità, finché, sorpreso della pioggia, si rifugia in una piccola casa da tè tra i monti. Qui, dalla dolce voce della vecchia tenutaria, apprende la storia della fanciulla di Nakoi, che ebbe la sfortuna di essere desiderata da due uomini e di andare in sposa a quello che lei non amava. Il giorno in cui partì, il suo cavallo si arrestò sotto il ciliegio davanti alla casa del tè e dei fiori caddero come macchie sul suo candido vestito.

 


Guanciale d’erba: un capolavoro della letteratura giapponese.

Natsume Soseki, uno dei più grandi scrittori giapponesi del XX secolo, ci ha regalato opere che penetrano nel profondo dell’animo umano. Tra le sue opere più celebri spicca “Guanciale d’erba” (Kusamakura in giapponese), un romanzo pubblicato nel 1906 che affronta tematiche universali attraverso una narrazione contemplativa e poetica. In questa recensione SEO, esploreremo il significato del libro e il talento dell’autore nel condurci in un viaggio attraverso l’anima umana.

Natsume Soseki: L’autore dietro il capolavoro

Natsume Soseki (1867-1916) è una delle figure più influenti della letteratura giapponese moderna. Con una formazione in letteratura inglese, trascorse un periodo in Inghilterra come studioso e traduttore. Questa esperienza influenzò profondamente il suo stile letterario, portando elementi occidentali nella sua narrativa, mentre manteneva una radice salda nella tradizione giapponese. Soseki ha la capacità unica di esplorare le complessità delle emozioni umane attraverso una prosa raffinata e una profonda introspezione, elementi che emergono chiaramente in “Guanciale d’erba”.

“Guanciale d’erba”: Un viaggio nell’anima

“Guanciale d’erba” è un romanzo che può sembrare semplice nella sua trama, ma che nasconde strati profondi di significato. La storia segue il protagonista, un giovane pittore di paesaggi, mentre intraprende un viaggio in una remota locanda di montagna. Qui, egli sperimenta un mondo di calma e contemplazione, lontano dalle frenesie della vita urbana. Questo luogo diventa il palcoscenico per una riflessione profonda sulla bellezza, l’arte, la solitudine e la natura umana.

Soseki dipinge un quadro affascinante della psicologia umana attraverso il dialogo interno del protagonista, le sue osservazioni sulle persone che incontra e la sua interazione con una misteriosa donna chiamata Nami. La trama funge da veicolo per esplorare temi quali l’isolamento, la creatività artistica e la ricerca del significato nella vita.

Il Guanciale d’erba come simbolo

Il titolo stesso, “Guanciale d’erba”, rivela una delle tematiche centrali del romanzo. Il guanciale d’erba rappresenta la ricerca di comodità e appagamento nelle cose semplici e naturali. Questo concetto si riflette nella vita del protagonista quando scopre la gioia e la serenità nella semplicità della vita di campagna. È una critica sottile alla società moderna e alla sua frenetica ricerca di successo e benessere materiali.

Conclusioni

In “Guanciale d’erba”, Natsume Soseki offre una profonda meditazione sulla condizione umana, la solitudine e il significato della vita. Il suo stile narrativo raffinato e l’uso di simbolismo rendono il romanzo un’opera d’arte letteraria. Il libro ci invita a riflettere sulla nostra stessa ricerca di significato e felicità in un mondo sempre più caotico e impersonale.

In sintesi, “Guanciale d’erba” è un capolavoro della letteratura giapponese che continua a ispirare lettori di tutto il mondo. La sua bellezza e profondità lo rendono un’opera senza tempo, un’immersione nella psiche umana attraverso la lente affilata di un autore straordinario.

Altri spunti di lettura

@alice.sogno

The Queen’s Gambit

The Queen's Gambit Book Cover The Queen's Gambit
Walter Tevis
Romanzo
Weidenfeld & Nicolson
14 April 2016
272

 

The Queen’s Gambit è un romanzo di Walter Tevis, pubblicato nel 1983 e riportato in auge dalla recente serie televisiva su Netflix.

Racconta la storia di Beth Harmon che, come via di fuga da una vita monotona e infelice, trova il gioco degli scacchi – che la appassiona a tal punto da assorbirla completamente e renderla una delle migliori in quell’ambito ma che la porta anche ad accentuare problemi già radicati in lei, come la dipendenza da alcol e tranquillanti.

Il titolo del libro fa riferimento ad una mossa di scacchi che prevede il sacrificio di un pedone per mettere in posizione di vantaggio la regina. Oltre ad essere un titolo d’effetto, è anche molto significativo se paragonato al contenuto del romanzo.

Questo libro, infatti, tratta molti argomenti difficili e importanti. Lo fa su più livelli. A livello individuale tratta di:

  • la solitudine, l’abbandono, l’infanzia, l’adolescenza e lo sviluppo della personalità e delle capacità di una persona. Beth è orfana, vive in un orfanotrofio, è introversa e solitaria. Riesce a stringere solo due legami forti: con il custode dell’orfanotrofio, nonché suo primo maestro di scacchi, e con una compagna di stanza.
  • la dipendenza: in questo caso da tranquillanti, sin dall’età adolescenziale, e dall’alcol in età adulta.
  • l’emancipazione femminile: Beth è l’unica donna a competere a livello mondiale in un gioco che fino a quel momento era stato prettamente maschile.
  • in generale, tratta di psicologia: tutti gli eventi che possono accadere  nell’arco di una vita e le ripercussioni psicologiche che possono avere su un individuo; le sue reazioni e comportamenti. Nel caso di Beth: il lutto, la celebrità improvvisa, il rapporto con gli uomini, la passione per un gioco che diventa quasi fanatismo.

Allo stesso modo, tratta di temi importanti anche a livello macroscopico, inserendo all’interno della trama le rivalità storiche tra America e Russia, descrivendo in modo piuttosto schietto e preciso la società americana degli anni ’50, la posizione della donna in questa società e così via.

The Queen’s Gambit tratta decine di argomenti importanti e delicati ma lo fa in modo quasi impercettibile, perché tutto ciò viene magistralmente “nascosto” sotto la trama principale che porta Beth dall’infanzia all’età adulta in un susseguirsi di vicende e intrecci che appassionano il lettore tanto da farlo arrivare al fondo concentrandosi solo su questo aspetto, per poi riflettere in seguito sul contenuto più profondo del libro.

Lo stile dell’autore è insolito: spezza le scene, spostando il focus da un personaggio all’altro in modo repentino e improvviso, soprattutto nella prima parte del libro. La narrazione avviene in terza persona e, ovviamente, nonostante alterni diversi personaggi, ritorna sempre sulla protagonista.

Il ritmo è medio/veloce: i fatti narrati sono molti e ravvicinati nel tempo; ci sono descrizioni di scene, stati d’animo e personaggi ma sono bilanciate e aiutano il lettore a immaginare le intere scene.

Complessivamente è un bel romanzo: si legge in modo piacevole e scorrevole, ha una bellissima ambientazione geografica e storica, nonché un accurato studio dei dettagli (primo tra tutti, tutto ciò che riguarda gli scacchi).

Nota personale:

Ho letto questo libro in lingua originale e non ho avuto modo di confrontarlo con l’edizione italiana. Quindi è possibile che la mia percezione dello stile e del ritmo siano state influenzate da questo. Il lessico utilizzato è molto curato e ricercato, ci sono molti vocaboli che non si sentono abitualmente, anche per ciò che non riguarda gli scacchi.

The queen’s gambit su Netflix

Avendo letto il libro e visto la serie, la domanda che sorge spontanea è: qual è il più bello? Entrambi. Il libro personalmente mi è sembrato meno “dolce” rispetto alla serie, che però si è rivelata molto accurata nel rispettare la trama del libro.

Inoltre l’interpretazione della protagonista è stata singolare e l’attenzione per i dettagli altrettanto meritevole: le partite di scacchi sono tutte realmente giocate, gli abiti rispecchiano a pieno la moda dell’epoca e, in generale, la serie è stata un ottimo lavoro sotto ogni punto di vista.

Si vocifera che sia in produzione un seguito: personalmente spero non sia così perché, per quanto si possa desiderare un’altra stagione così entusiasmante, non sarebbe più fedele al libro ma risulterebbe una forzatura.

Detto ciò, consiglierei entrambi: magari prima il libro e poi la serie! Buona lettura e buona visione!

 


Tutte le altre recensioni: INDICE

Frankenstein

Frankenstein Book Cover Frankenstein
Mary Shelley
Fantascienza, Classici
2012
304

Recensire un classico della letteratura come Frankenstein è da presuntuosi perciò, come ogni volta che si parla di classici, mi limiterò a sottolineare tutta la mia ammirazione e a dare il mio piccolo contributo nel diffondere questi capolavori.

Frankenstein

Classico della letteratura inglese dell’800, Frankenstein ha fatto discutere ai tempi della pubblicazione e continua a farlo, benché in modo diverso. Scritto da Mary Shelley quando aveva appena 19 anni, è diventato un pilastro della letteratura horror-fantascientifica.

Racconta la storia del giovane Victor, uno studente universitario che, sopraffatto dall’avidità di conoscenza, si lascia trasportare in un’esperienza senza precedenti nella storia dell’uomo: l’infusione della vita in un corpo inanimato.

Né le proporzioni né la complessità del progetto ponevano un freno al mio desiderio di metterlo in atto. Fu dunque nel tumulto di questi sentimenti che iniziai la creazione di un essere umano. […]

Vita e morte erano diventate per me solo barriere convenzionali da infrangere prima di poter finalmente riversare torrenti di luce sull’oscurità del mondo.

L’esperimento lo consuma, lo mette alla prova fisicamente e psicologicamente, portandolo sull’orlo del collasso, ma tuttavia ha successo. La sua creatura animata, però, ha un aspetto inquietante e una forza sovrumana: in una fase di rigetto verso la scienza e il suo stesso esperimento, Victor allontana la creatura e fugge lui stesso.

Il mostro, però, nonostante il rifiuto subito dal suo stesso creatore, ha un animo buono ed è deciso a migliorare sé stesso per ottenere l’approvazione del genere umano, nonostante le sue sembianze. Dopo mesi e mesi di vagabondaggio trova un riparo presso una famiglia, dalla quale apprende gli usi e costumi dell’uomo, impara a parlare e a leggere, nonché una lunga serie di nozioni e abilità. Il giorno della prova finale – la sua comparsa davanti all’ignara famiglia – arriva e il mostro viene rifiutato e cacciato ancora una volta.

<<Tutti gli uomini detestano gli esseri infelici; puoi dunque immaginare quanto possa essere detestato io, il più infelice tra tutti gli esseri viventi! Persino tu, colui che mi ha creato, detesti e disprezzi la tua creatura, […]>>

A questo punto, consapevole di non p0ter esser accettato da alcun essere umano, decide di trovare il suo creatore per farsi “costruire” una compagna a sua immagine. Victor dapprima accetta, ma poi cambia idea e si rifiuta di ripetere l’esperimento: da quel momento in poi il mostro decide di vendicarsi su Victor e sulla sua famiglia, incolpandolo della sua infelicità e delle sue sventure. I due finiscono per distruggersi reciprocamente, in una lenta agonia fatta di botte e risposte.

Esisteva qualcuno, a parte me, il suo creatore, capace di credere, se non per l’evidenza dei fatti, all’esistenza di un monumento in carne e ossa, dedicato alla superbia e all’ignoranza, e che io avevo lasciato libero per il mondo?

Per motivi opposti diventano entrambi vittime: Victor si considera una vittima perché condannato ad una sofferenza infinita a causa della sua stessa creazione e si colpevolizza per le sofferenze della sua famiglia; il mostro si considera una vittima perché nessuno lo accetta, nemmeno il suo stesso creatore – il quale, per di più, si rifiuta di esaudire il suo unico desiderio.

Perché dovrei io, dunque, rispettare l’uomo che mi condanna?

Questa lenta lotta all’ultimo sangue ha ovviamente un tragico epilogo per entrambi i protagonisti e, anche grazie al finale, si può scegliere come interpretare l’intero romanzo.

Oltre la trama

Frankenstein è un romanzo complesso per molti aspetti può essere analizzato su più livelli. Lo si può leggere “semplicemente” come un romanzo di fantascienza con una trama e uno stile impeccabili, oppure lo si può interpretare in diversi modi.

Attraverso i due protagonisti, infatti, porta alla luce alcune caratteristiche, atteggiamenti, difetti e lati crudeli e meschini tipici dell’essere umano – e di come, spesso, pur partendo con le intenzioni migliori, si finisca per trasformarle in azioni incredibilmente egoiste e crudeli,

Dal primo momento si ha l’esempio di Victor: spinto da un’insaziabile curiosità e desiderio di conoscenza, si ritrova alla fine ad essere vittima del suo egoismo, della sua avidità e dal suo desiderio di fama. Tant’è che, con l’evolversi della storia, cambia profondamente come persona e ricorda sé stesso da bambino (felice, spensierato e amato), quando non si era ancora lasciato consumare da sé stesso per ritrovarsi solo, malato e bugiardo.

Durante il suo percorso – dall’inizio dell’esperimento al rifiuto della sua stessa creazione – Victor passa attraverso diversi stadi: è euforico all’inizio – poi è dubbioso – in seguito ha un totale rifiuto per ciò che ha fatto – si colpevolizza – identifica sé stesso come vittima di tutto l’accaduto.

L’intero romanzo si rivela quindi un’analisi dell’animo e della psicologia dell’essere umano. Dopo Victor, infatti, è il turno della sua creatura: attraverso il mostro si hanno altre analisi della psiche e dell’animo umano. Il mostro in qualche modo “nasce” e, per questo motivo, ha prime esperienze paragonabili a quelle di un neonato e deve imparare a fare qualunque cosa. Come primo ricordo ha l’abbandono da parte del suo stesso creatore: nel momento in cui la capacità di pensiero e la sfera emotiva si incontrano, il mostro sente l’abbandono e capisce di doversela cavare da sé.

Il suo secondo incontro con il genere umano è anche peggiore del primo: un rifiuto totale, dovuto principalmente al suo aspetto.

Decide così di isolarsi e studiare gli esseri umani standone lontano: apprende molto sul lavoro manuale, sulle esigenze di un individuo, sul linguaggio e sulla lettura, ma soprattutto cerca di comprendere il più possibile sui rapporti che legano le persone sul modo per potersi avvicinare ad esse – comportandosi come loro.

Anche dopo mesi di studio, però, i suoi tentativi di farsi accettare risultano vani. Viene cacciato e – cosa ancor più grave – si rende conto dell’effetto che ha sulle persone e se ne colpevolizza. A questo punto comprende che non c’è posto per lui se non con un suo simile e decide di chiedere una compagna al suo creatore. Lo cerca ovunque e, quando lo raggiunge, si fa promettere la creazione di un essere simile a lui per poter essere felice. 

Quando anche quest’ultimo desiderio si rivela inesaudibile, la creatura decide di vendicarsi nei confronti di chi l’ha creato, rendendo Victor una persona infelice quanto lui.

Anche in questo caso si presentano diversi spunti di riflessione: a partire dagli effetti dell’abbandono, alla perseveranza tipica di alcuni individui che tendono a non arrendersi mai, fino ad arrivare alla volontà di trascinare tutti al proprio livello, al desiderio di vendetta che prevarica su qualsiasi altro pensiero e alla trasformazione che porta un individuo ad essere come colui che odia di più.

Non è semplice menzionare ogni singolo aspetto dell’essere umano che viene preso in considerazione in questo romanzo, anche perché l’interpretazione è soggettiva, ma è innegabile che, attraverso i vari personaggi, l’autrice sia riuscita a creare una rappresentazione completa e dettagliata di molti degli elementi che compongono la psiche e l’animo umano.

Per finire, un tocco di maestria è dato dal fatto che si tratti di un romanzo epistolare: è una terza persona, non coinvolta direttamente nei fatti (almeno fino all’epilogo) che riporta tutta la vicenda mentre gli viene raccontata da Victor: questo aggiunge un ulteriore punto di vista, oltre al fatto che sia Victor a raccontarla.

Uno stile estremamente elegante, fluido e curato, unito ad un ritmo costante e ad una trama ricca di avvenimenti e spunti di riflessione, creano un romanzo perfetto.

In conclusione

Si potrebbe scrivere di questo romanzo per ore e ore senza rendergli giustizia: ci sarebbe sempre qualcosa da aggiungere e qualche dettaglio che non è stato menzionato. Perciò, semplicemente, consiglio a tutti di leggerlo!

 

I Salici

I salici Book Cover I salici
Algernon Blackwood
Weird, Horror, Classici
2019
141

Durante un viaggio in canoa sul Danubio, due uomini sono costretti a fermarsi su un'isola a causa della corrente. Quello che doveva essere un tranquillo campeggio temporaneo si trasforma in un'esperienza inquietante e soprannaturale: i salici che ricoprono l'isola sembrano muoversi e bisbigliare, al soffio del vento, dando l'impressione di essere vivi; si percepisce la presenza di entità ostili invisibili e spaventose, che mettono in dubbio ogni capacità di raziocinio. La forza narrativa e la potenza evocativa delle immagini creano una tensione crescente nel lettore, il quale – come avviene per i due protagonisti – si troverà coinvolto in una battaglia tra il reale e il surreale. Gli eventi accaduti sono reali o frutto di un'immaginazione sovra-eccitata e suggestionabile? "I salici" di Algernon Blackwood è un esempio riuscitissimo di wird fiction, al punto da essere definito da Lovecraft come il miglior racconto del sovrannaturale di tutta la letteratura inglese.

 


I Salici è un racconto, pubblicato da ABEditore come libricino illustrato, di Algernon Blackwood.

I SALICI

Conosciuto come simbolo del genere weirdquesto racconto unisce psicologia e horror. Racconta, infatti, la storia di due campeggiatori che scelgono un luogo non proprio ospitale per trascorrere la notte e porta il lettore in un vortice di paura ed ansia.

La vicenda è narrata in prima persona da uno dei due campeggiatori. Durante la lettura, si ha modo di apprendere il passato dei due protagonisti: hanno alle spalle svariate avventure insieme, cosa che ha creato un rapporto di fiducia profonda e amicizia. Questo aspetto è fondamentale al fine di comprendere a pieno l’intento e il messaggio di questo racconto: la paura è capace di rivoltare completamente un individuo, trasformarlo nel suo opposto, insinuare in lui sospetto e ansia al punto di trasformarlo il una creatura egoista, sospettosa e meschina.

Tutto ciò viene espresso tramite un’avventura notturna: durante il loro viaggio per l’Europa, i due amici si fermano al limite di una foresta di salici per trascorrere la notte, si accampano su un terreno aperto, nei pressi di un fiume e svolgono le loro abituali attività di campeggio. Durante la notte il protagonista narrante si sveglia e inizia a percepire strane sensazioni: sembra che il paesaggio intorno a lui sia animato come un’entità indipendente e ostile alla loro presenza.

Al loro risveglio, i due notano dettagli inspiegabili nel paesaggio circostante e nel loro equipaggiamento: il dubbio e la sfiducia reciproca inizia a insinuarsi in loro e ad avere la meglio sulla razionalità e sul rapporto precedente.

Oltre la trama

Come anticipato, I Salici è un racconto che ha fatto la storia di un genere letterario: “strano” – ed è strano sul serio! Non si può negare, però, che sia strano quanto coinvolgente e assolutamente “riuscito”. L’intento dell’autore è quello di mostrare i lati più meschini e abietti dell’essere umano, e ci riesce. Vuole dimostrare come la vita e la percezione degli eventi siano condizionate estremamente dalla paura, e ci riesce. La paura dell’ignoto: quella paura a cui non si riesce a dare una forma, un volto, un’identità, ma è più presente e più percepibile di qualsiasi cosa materiale. Questa è la paura di cui Blackwood parla, questa è la paura capace di trasformare un essere umano e scuoterlo in un modo che non credeva possibile.

Uno stile fluido e un ritmo serrato completano l’opera: 141 pagine da leggere tutte d’un fiato.

Una lettura assolutamente consigliata per appassionati e neofiti. Un’edizione impeccabile ed esteticamente perfetta.

 


Recensioni: INDICE

 

I nodi dell’anima

I nodi dell'anima Book Cover I nodi dell'anima
Daniela Graglia
Romanzo, Psicologico
2017
192

Recensione I nodi dell’anima

Tutto questo ci fa capire che siamo inseriti all’interno di foreste, frutteti, boschi, deserti di cactus e non sempre è facile vederci chiaro. La colpa può essere dei rami così fitti che impediscono alla luce di penetrare, dell’arsura e del calore che offusca le proprie funzioni , o di qualcosa che ci pareva fantastico e poi si comprende che non lo era. 

Il libro:

Si tratta di un saggio sotto forma di romanzo: la trama è semplice ed essenzialmente racconta delle vite tipiche, non ideali ma reali. Vite in cui, bene o male, chiunque si può rispecchiare: è proprio attraverso il racconto di momenti ed emozioni tipici della vita di ognuno che si snoda il saggio. L’autrice, infatti, analizza passo a passo le varie fasi che solitamente ogni persona è costretta ad affrontare nel corso della propria vita, spiegandone i risvolti psicologici.

Ogni stato d’animo o emozione umana viene preso in considerazione: amore, paura, tristezza, euforia, indecisione. Allo stesso modo vengono analizzati molti aspetti di una vita che dipendono direttamente da un evento specifico: lutto, perdite, separazioni, crescita, sessualità e così via.

Lo stile dell’autrice è molto scorrevole e discorsivo: riesce a spiegare concetti che sono alla base della psicologia attraverso esempi di vite comuni. Il lessico è curato ma mai troppo complesso, nemmeno quando è il saggio a prevalere sul romanzo.

La protagonista e narratrice è Anna: attraverso il racconto delle sue esperienze vengono presentati gli altri personaggi principali (Marco, i genitori, la nonna, ecc). Sono tutte persone comuni: una ragazza semplice, degli studenti o dei lavoratori, dei sognatori o dei pessimisti, un’anziana che ha molto da insegnare e così via.

Riassumendo il contenuto della vita di una persona e di quelle collegate ad essa in meno di duecento pagine, questo libro mette in risalto aspetti che spesso possono sembrare di poca rilevanza ma che, al contrario, contribuiscono alla tessitura di quell’esistenza specifica: l’importanza di una canzone, di una frase, di parole dette o non dette, di momenti e ricordi.

Sembra strano, ma ci sono argomenti paradossali e stravaganti che non destano alcun timore a chi ne discute se non vergogna; mentre in altri casi, temi così umani e di vitale importanza, scatenano il riserbo più totale. Dei veri tabù. La morte è uno di questi.

In conclusione:

Secondo il mio parere il punto di forza di questo libro è, come detto in precedenza, la capacità di tradurre la psicologia in quotidianità e viceversa. Senza dubbio lo consiglio a tutti gli appassionati di psicologia ma, soprattutto, a chi dovesse essere interessato all’argomento senza esserne esperto, proprio per la capacità dell’autrice di rendere comprensibili molti concetti.

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recensioni: INDICE

I 10 volti del rosso nell’arte… più uno!

Buon venerdì lettori!
Oggi vi propongo il rosso nella sua veste artistica, in … versioni diverse e tutte da scoprire!

Il più antico dei colori

Il rosso è stato definito dagli studiosi il “più antico dei colori”, questo perché gli studi effettuati su alcuni campioni di ocra rossa – rinvenuti nella grotta di Blombos, in Sudafrica – hanno rivelato come questi rudimentali coloranti fossero utilizzati per la colorazione del corpo già più di 70000 anni fa. Successivamente (tra il 13000 e il 10000 a.C.), possiamo trovare il rosso come colore base dell’arte rupestre, raffigurante principalmente scene di caccia.

In queste opere è sorprendente la maestria con cui è stato utilizzato il colore: nero, rosso e giallo ocra per creare sfumature o tratti netti (esempi significativi sono la Grotta di Altamira, in Spagna, e di Lascaux, in Francia).

Ceramica a figure rosse

Si tratta dell’evoluzione della classica ceramica greca: inizialmente le ceramiche greche venivano realizzate con “figure nere”, creando delle sagome nere sullo sfondo chiaro del vaso.

Successivamente (dal 530 a.C.), i colori vengono invertiti e nasce, così, la tecnica delle “figure rosse“: le sagome si distinguono chiaramente sullo sfondo nero lucido ed i particolari vengono dipinti, non più incisi.

L’esempio più significativo di questo tipo di realizzazione è l’hydria raffigurante pittori di ceramiche al lavoro, realizzata nel 480 a.C. dal Pittore di Leningrado.

Antica Roma

Il Rosso Pompeiano è una tonalità di colore particolarmente accesa e vivace, così chiamata a causa della quantità di questo colore presente sui muri di Pompei, e non solo.

Questa tinta nasce in un periodo in cui la massima espressione della classe e dell’eleganza sono da ricondurre al bianco e al marmo: particolare, non è così?

In realtà la storia di questo colore (conosciuto anche come rosso Ercolano, terra di Pozzuoli, rosso inglese e terra rossa di Verona), è piuttosto curiosa: in un primo tempo veniva ricavato da un costosissimo cinabro che, successivamente, è stato sostituito dall’ematite (il nome stesso di questa pietra deriva dal suo colore), già nota in tempi antichi come fonte di pigmenti, utilizzati per vari scopi.

Rubino e corallo

I colori rubino e corallo hanno sempre avuto un ruolo importante nell’arte, non solo per la loro capacità di dare “profondità” e importanza ai dettagli, ma anche perché pare avessero un significato quasi mistico: oltre a comparire come ornamenti, servivano a proteggere e salvaguardare chi indossava elementi realizzati con questi materiali.

Secondo la mitologia greca, il corallo è stato generato dal sangue di Medusa, decapitata da Perseo. Da sempre utilizzato per creare gioielli e piccoli ornamenti, nell’Antica Roma si credeva fosse in grado di scacciare il malocchio; nel Medioevo si usava appendere al collo dei neonati dei piccoli ciondoli di corallo per sconfiggere le malattie.

Ira

Con quale colore viene rappresentata la rabbia? Ovviamente il rosso! Sia che si tratti di cartoni animati e sia di mitologia e storia. Il rosso è il colore di Marte, dio della guerra, è il colore delle divise militari inglesi e non solo (fino alla comparsa delle armi da guerra moderne, che hanno reso questo colore impossibile da utilizzare sul campo in quanto troppo visibile), è il colore del pianeta Marte e del fuoco in ogni sua raffigurazione.

Non solo il rosso tinge gli abiti e i dettagli dei personaggi crudeli e sanguinosi, ma spesso viene utilizzato anche per scurirne la carnagione e l’aspetto in generale: questo per aumentare il contrasto purezza/brutalità.

Lussuria

Dopo l’ira, non si può non citare la lussuria: il rosso è il colore anche di questo aspetto del genere umano, in ogni sua versione. La mela rossa (non espressamente descritta, ma così rappresentata) della Bibbia, la mela di Biancaneve, le bacche rosse di Bosch e così via: il rosso è tentazione, è peccato, è lussuria.

Seduzione

Oltre a essere il simbolo dell’amore e della passione, il rosso e anche simbolo di seduzione.

In questo caso prendiamo in considerazione due esempi Dalì che il progetto un intero salotto ispirato alla Diva del cinema Mae West creando per esempio il famoso divano a forma di labbra rosse.

Il secondo maestro del rosso è sicuramente Valentino che nel mondo del lusso e dell’alta moda ha raggiunto fama internazionale proprio grazie al “rosso Valentino”, con cui ha realizzato i suoi abiti esposti nel primo Atelier a Roma nel 1959.

Porpora

Il color porpora è da sempre associato alla Chiesa e al potere in quanto simbolo dei Cardinali (colore della loro veste), già nell’Antica Roma era il colore delle tuniche dei Patrizi e, successivamente, soltanto dell’Imperatore, questo colore simboleggia spesso il martirio e, anche i giorni nostri, è rimasto il colore delle tuniche dei cardinali.

Sangue

Il colore rosso è spesso associato anche al sangue, per questo utilizzato di frequente in tutto ciò che riguarda la violenza e l’orrore.

È parte integrante di molti aspetti dell’essere umano sia positivi sia negativi: per esempio ferite e malattie, oppure nascita e prosperità.

In questo caso non si può non citare Caravaggio, che è sicuramente stato uno degli artisti più “sanguinari”, raffigurando scene molto violente come per esempio Giuditta e Oloferne, dipinto con un realismo sorprendente.

Non è un caso che nello stesso periodo siano state fatte grandi scoperte sulla circolazione del sangue all’interno del corpo umano.

Negli anni successivi Caravaggio si sbizzarrisce con la rappresentazione di teste mozzate: oltre a Oloferne dipingere anche Medusa, San Giovanni Battista, il gigante Golia e, infine, nel 1606 viene condannato alla decapitazione perché accusato di omicidio.

Il rosso sangue ha mantenuto negli anni sempre la stessa determinazione è influenza soprattutto nella cultura occidentale, basti pensare a ogni rappresentazione o raffigurazione che abbia in qualche modo a che fare con la violenza o con il mondo dell’horror.

 

Il Giappone

Come da tradizione, il Giapponeviene definito il paese del Sol levante, non a caso questo elemento viene raffigurato come un grosso disco di colore rosso in molti dipinti della tradizione giapponese: uno tra tutti è, appunto, il Sol Levante di Monet dipinto tra il 1872 e il 1873.

Il rosso nella cultura orientale – e in particolare in Giappone – è un elemento positivo e di grande speranza, per questo viene spesso utilizzato con maggiore “disinvoltura” nelle opere d’arte, una tra tutte il Fuji rosso di Hokusai,  il grande maestro dello stile Ukyo-e.

 

Percezione e memoria

A questo punto non si può non citare Henri Matisse e la sua opera Lo studio rosso: come egli stesso afferma, molte delle sue opere sono state intrise a tal punto dal rosso che ne è diventato il colore dominante.

Questo perché è il colore per eccellenza che ha la capacità di rimanere in memoria e trasmettere il maggior numero di sensazioni ed emozioni in quanto in grado di far aumentare la pressione e addirittura il battito cardiaco, va da sé che sia nettamente più influente sulla psicologia umana rispetto ad altri colori.

 

Il colore nella storia

Oggi parliamo di colore nella storia.

Non si può pensare ad un evento, un periodo o un personaggio storico senza pensare al colore. Il colore fa parte della storia dell’uomo sin dai tempi più remoti, quando venivano rappresentate scene di caccia sulle pareti delle caverne.

I primo colori conosciuti ed utilizzati per simboleggiare qualcosa sono stati quelli riconducibili ad elementi presenti in natura: rosso-sangue, giallo-sole, verde-alberi, blu-cielo.

Con il passare del tempo e con il mutarsi della cultura umana, i colori assumono significati diversi: gli antichi Egizi utilizzavano spesso il giallo e il blu, sempre in riferimento al sole e all’acqua, due elementi fondamentali per questo popolo.

I Greci utilizzarono principalmente quattro colori per sintetizzare ciò che per loro era essenziale: nero-terra, verde-acqua, rosso-fuoco, bianco-aria, cioè i quattro elementi.

Potremmo analizzare ogni singola civiltà ed il risultato sarebbe uno solo: non esiste alcuna civiltà che non abbia utilizzato il colore in associazione ad elementi artistici, religiosi, politici.

Punto in comune per tutte le civiltà passate ed presenti è la triade bianco-nero-rosso. Questi colori mantengono un’importanza rilevante in ogni cultura, ma assumono significati diversi.

In occidente in nero è il male assoluto, il bianco è il bene, il rosso è nel mezzo. Anche le fiabe più famose nella cultura occidentale, sfruttano questa triade: Cappuccetto Rosso porta delle focacce bianche alla nonna vestita di nero; Biancaneve (bianca come la neve, appunto) mangia una mela rossa offertale da una strega dal mantello nero. Lo stesso personaggio di Biancaneve racchiude i tre colori: pelle bianca, guance rosse, capelli neri.

In Occidente la sequenza è quindi: bianco-rosso-nero, il nero è l’ultimo colore, il più scuro oltre il quale non c’è nulla.
In Oriente invece la sequenza è: bianco-nero-rosso, è quindi il rosso il colore superlativo, oltre il quale non c’è nulla (per esempio nelle principali arti marziali il rosso è il colore del decimo dan, il massimo).

I colori sono talmente impressi nella storia dell’uomo da poter esercitare una forza psicologica non indifferente: tutto nel mondo moderno fa riferimento al colore, basti pensare al rosso e al verde. Rosso: pericolo, azione scorretta, divieto, male. Verde: tranquillità, sicurezza, salute, bene.

Max Luscher (1923-2017) è stato uno psicoterapeuta, sociologo e filosofo svizzero. Ha creato un test che si utilizza il colore per definire lo stato psicologico di un soggetto. Il test comprende 7 tavole di colori, contenenti 23 tonalità diverse, tra le quali il soggetto dovrà esprimere delle preferenze: la scelta sarà condizionata dallo stato psichico e fisiologico della persona. Il numero di combinazioni possibili è altissimo e il risultato del test è dato dalle relazioni tra queste combinazioni, che faranno emergere l’individualità del soggetto.

Arriviamo così ai giorni nostri. Oggi la psicologia dei colori è una scienza a tutti gli effetti e viene applicata in molti settori: lavoro, salute, moda, pubblicità. In particolar modo nel campo pubblicitario, lo studio del colore e degli effetti che può avere sul consumatore/cliente è molto importante. Alcuni colori possono attrarre o respingere, di conseguenza influenzare la scelta o l’acquisto di un prodotto. Inoltre è molto importante considerare il target di riferimento: supermercati e boutique usano colori nettamente diversi.

Certo è che i colori più utilizzati in assoluto rimangono gli stessi di centinaia di anni fa: rosso, nero, bianco, e poi verde e blu


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